… Luca si voltò ancora due o tre volte, abbassò ancora di un paio di decibel la voce, e poi, sentendosi un verme, disse, “ Me lo sogno? Oh, peccato! In realtà il mio sogno più grande sarebbe stato quello che tu prendessi la lode. Ti laureassi col massimo dei voti”.
Milano, porca miseria, era tappezzata dai manifesti della mostra sui Preraffaelliti. Che peraltro lui ed Elena avevano già visto in tutte le salse alla Old Tate, deprecando un pochino le bizzarrie della New Tate, sebbene magnifica dal punto di vista dell’architettura.
Ad ogni angolo di strada dunque Luca si vedeva davanti la giovane donna che ora era seduta di fronte a lui e nello stomaco gli si agitavano farfalle. Perché Cecilia aveva una folta e riccia chioma di capelli rame, occhi di smalto verde, quel gesto sensazionale di infilare la mano dietro il collo e alzarsi la criniera con un tocco di studiata sensualità. Quando lo aveva notato per la prima volta gli si era fermato il respiro.
Ma Cecilia era anche molto intelligente e capì subito dove il signor professore volesse andare a parare.
“ Non posso credere che saresti tanto meschino da rovinarmi la media e darmi un brutto voto all’ultimo esame”.
“ Sai, è un esame così difficile. Una vera forca caudina”.
Lo fissò così a lungo che lui abbassò gli occhi e si fece pallido come il tovagliolo di carta. Tamburellò il tavolino.
“ Non puoi essere tanto miserabile. Cosa credi? Potrei denunciarti per molestie, lo sai?! ”
Luca alzò di scatto la testa china e la voce “ Ah no, carina! Io non ti ho mai sfiorato neppure con un dito!”
Cecilia sgranò gli occhi. Che idiota, era stata. Si era portata a letto tre o quattro compagni in quegli anni di università e sarebbe stato fin troppo facile farlo anche col suo prof, che si vedeva a chilometri di distanza avesse perso la testa per lei. Ma era stato molto più eccitante sfuggirgli di continuo, fargli credere di essere a un millimetro dall’obiettivo e poi sottrarglisi con un’abile mossa del fianco, come un torero. Sì, doveva ammettere di avere giocato con lui da gatto col topo, ma non avrebbe mai immaginato di rischiare tanto. Di subire addirittura un ricatto. Che voleva poi? Quale era questo grandissimo favore che le chiedeva?
“ Non posso credere che ti siano uscite di bocca queste parole. Davvero non posso crederci. E allora cosa diavolo dovrei fare per passare il tuo esame, verme che non sei altro!”
“Ah, vedo che cominci a ragionare. Sai, dopotutto il ricatto ho sempre pensato che fosse un indispensabile strumento pedagogico, oltremodo sano. Non si può sempre concedere tutto gratis”.
“ Continua. E per cortesia non infliggermi principi di etica”.
“ Proprio una cosetta da nulla. Giuro. Riderai quando la saprai. Ma ti garantisco che è una cosetta da nulla. E, visto quanto ti sei divertita in questi anni a farmi morire di desiderio scegliendo sempre i più cretini del corso con cui andare a letto, ti sembrerà un gioco da ragazzi, tesoro“.
Non è che le tre nonne fossero morte o cosa. Erano ancora tre rispettabili signore, invecchiate benissimo, tutte e tre false bionde con balajages che, una volta che Marco e Giulia furono svezzati, avevano fatto slittare la loro bella amicizia, la loro perfetta intesa, in un business di tutto rispetto fondando una scuoletta di bridge-burraco-canasta, che aveva fornito loro mezzi di sussistenza più che dignitosi. Poi la Sorte benevola aveva voluto che al piano di sopra del club si liberasse un appartamento abbastanza grande da poterci stare tutte tre con grande rispetto della privacy di ciascuna, cosicché la loro indole gentile e educata e la riunione delle finanze aveva dato vita a un trio indistruttibile, tipo “ finché morte non ci separi”.
Ma godevano di perfetta salute, andavano tutti i giorni in palestra, facevano jogging e s’iscrivevano a tutte le maratone cittadine. Erano di animo lieto e ridevano molto, imputando a questo dettaglio la loro longevità. Stavano appunto ridendo come matte al ricordo di una mano di bridge di una loro allieva particolarmente cretina, quando suonò il campanello. Erano le undici di sera e nessuno di loro si aspettava di vedere Marco, con un’espressione che prometteva sciagure a gogò.
Aprirono tutte e tre insieme per solidarietà, nel caso ci fosse un nemico da fronteggiare. Dissero all’unisono “ Tesoro! Ma cosa ci fai qui?”
Marco le chiamava nonne al plurale anche se si rivolgeva a una sola di loro.” Una tragedia, nonne, una tragedia!”
“ Per te tutto è tragedia. Dai, vieni a bere una coca e dicci”.
Fu così che le tre nonne asciugarono le lacrime del loro nipotino sempre triste ascoltando dal principio alla fine la triste storia di una mamma che aveva giubilato un papà.
Lascia un commento