Rimane ben poco da dire dopo le ottime recensioni che abbiamo letto, salvo forse qualche allusione ai personali stati d’animo. La lettura di Kairos della super premiata Jenny Erpenbeck, lascia davvero scombussolati perché ci si trova davanti a un dilemma non facilmente risolvibile. Resta cioè il dubbio se siamo di fronte a un raro capolavoro, oppure a pagine di uno sconcertante delirio, che diventa quasi contagioso.
Detto al massimo della sintesi nel suddetto testo, così come la nostra politica della fase delle “convergenze parallele”, i punti di riferimento scarseggiano, anche se la storia è semplice: una diciannovenne della DDR s’innamora perdutamente di un cinquantenne dell’Ovest, scrittore e musicologo, che per lei perde la testa. Mentre questo amore sconfinato, nasce, serpeggia, s’inabissa in formidabili descrizioni di un cedimento totale della ragazza all’uomo maturo, cui non mancano punte sadomaso, l’Est, lentamente, ma senza ritorno, s’inabissa nell’Ovest, di cui diventa il capro espiatorio sotto tutti i punti di vista e le due vicende d’inanellano in una progressiva disperazione e reciproco annullamento.
Molte passeggiate, molta musica, molti bar, molti ristoranti, molti vicoli, molti giardini, molte case, ad ogni svolta, Hans e Katharina diventano alternativamente vittima e carnefice, mentre il Paese scivola inesorabilmente nell’annullamento monetario, nella perdita di lavoro e identità.
Un libro di grande spessore, che merita i suoi premi. Uno stile innovativo, che lascerà il segno nella storia della letteratura alta.
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