Le parole sono duttili: le prendi e le senti docili, come la nuca di un gatto sotto la mano che la carezza. Sembrano al nostro servizio, ma in realtà sono esse a servirsi di noi.
Per esempio, Alba.
Per me era una parola divina: rosa fucsia, da cui nascono le montagne o il mare.
Poi è diventata diabolica. Il suono del citofono, nel silenzio dell’alba. Enrico che emerge dal letargo e biascica “ Ma chi è “. Io, che scatto dal letto e corro a chiedere chi sia. I carabinieri che si qualificano e che dicono di dovere dare “ esecuzione a un provvedimento cautelare emesso dal Gip del tribunale…” . La testa ancora imbottita della bambagia del sonno, premo il pulsante.
Nomi, non ne faccio. Può essere nord o sud, est o ovest di questo nostro paese, reso simile, dal denominatore comune della corruzione, a uno di quei parassiti che velano come ragnatele le piante. Oppure può anche essere il resto del mondo: non ne abbiamo l’esclusiva, come fosse un’idea geniale dei nostri celebri stilisti. È un virus molto diffuso, che nasce dall’avidità e da una catena di errori che solitamente sono irreversibili.
Enrico è alle mie spalle e ha sentito tutto perché abbiamo appena approvato in assemblea condominiale l’istallazione dei videocitofoni. Abbiamo anche visto il berretto del maresciallo. Enrico mi ha appoggiato le mani intorno alla vita e in quel preciso istante ho capito che stavamo iniziando la discesa nel purgatorio. Livia e Marco sono apparsi come fantasmi ed sono appoggiati allo stipite del salone. Tacciono impietriti.
La porta l’ho aperta perché non avevo possibilità di scelta. Era la Giustizia, che veniva a farci visita. Ho fatto una fulminea panoramica delle possibilità, sentendo dall’immobilità delle mani di Enrico intorno ai miei fianchi che il tempo si fermava. Cosa è successo? Forse Marco ha ammazzato qualcuno con la nuovissima smart che papà gli ha appena regalato ed è fuggito? Forse Livia, che in questi giorni ha strani occhi per via della solita allergia di primavera potrebbe invece averli perché si è strafatta di canne o peggio ancora? Girano voci raccapriccianti sul modo in cui i giovani oggi imparano ad annientarsi. Ed Enrico? Ha forse fatto fuori un paziente durante l’inserimento di una protesi d’anca, perché nel reparto di cui è primario l’anestesista non ne ha valutato bene la resistenza del cuore?
E io? mi chiedo d’un tratto. Posso avere fatto qualcosa senza saperlo? Durante una delle mie passeggiate da sonnambula magari sono uscita e ho rubato. Tutto è possibile, di sicuro tutto è plausibile: siamo subdolamente indottrinati di giorno e di notte da storie di delitti in famiglia, di stupri, di coltellate per un’inezia, di tragedie del mare sulle zattere della speranza che puntano verso il nostro bengodi, di furti e di matrimoni tra vegliardi e badanti, che diventano il loro unico affetto per l’aridità dei figli. Cosa ci è mai risparmiato? Io posso anche essere passata col rosso e avere ucciso un cane, oppure mentre vado a trovare le mie vecchiette all’ospizio essere accusata del furto di una dentiera o di un orologino da polso.
Ma i carabinieri non si muovono in squadra – all’Alba– per così poco. Lo sguardo del maresciallo Ardenzi, che si presenta come appartenente alla Compagnia della nostra città, non promette niente di buono, anche se, a dire il vero, è abbastanza impenetrabile.
Mi fa il saluto d’ordinanza e non entra finché non gli dico avanti, il che può essere successo due o tre secoli dopo avere aperto la porta. Enrico si è impercettibilmente allontanato da me, arretrando di due o tre passi. Il gelo mi è calato nell’anima. È per lui che loro sono qui, mi sono detta. L’ho capito immediatamente.
E infatti il maresciallo Ardenzi, sempre guardando me, che dei quattro sembro la più sveglia, dice “ Questo provvedimento cautelare è stato emesso dal Gip del Tribunale, su richiesta della Procura della Repubblica” . Sì, qualcosa la so, dato che ho una laurea in legge non sfruttata, per amore. Marco e Livia fanno anche loro un passo indietro. Il maresciallo dice a Enrico di vestirsi e prendere medicine ed effetti personali che pensa possano servirgli nelle prossime 48 ore, sino cioè a quando il Gip non avrà fissato l’udienza di convalida dell’arresto.
Vediamo così tanti telefilm. Siamo emozionati delle sventure di CSI, assistiamo alle autopsie nei libri di Patricia Cornwell o dei suoi emuli. Ma nessuno é in grado di raccontare il gelo che ti penetra dentro, scendendo dalla testa in giù come fosse amore, mentre senti dire queste parole che descrivono qualcosa che si pensa sempre possa accadere solo agli altri. Immagino i titoli dei giornali. PRIMARIO OSPEDALIERO ARRESTATO PER PECULATO E CORRUZIONE. Li immagino. Con orrore, li immagino.
Faccio accomodare il maresciallo e i due giovanissimi carabinieri nel salone e faccio un gesto imperativo ai ragazzi che se ne vadano nella loro stanza. Spingo Enrico nella nostra ed estraggo dall’armadio una sacca per i viaggi rapidi, di gran marca – noi, sempre e solo le cose migliori. Nel frattempo, sibilo “ Cosa hai fatto? “
“ Ma non so… non capisco…Anna, abbi fiducia in me”. E’ cereo, spettinato, sconvolto.
“ Non ho fatto altro da vent’anni, mi sembra. Chissà perché tutti pensano che avere fiducia sia una cosa semplice. Facile facile. Ci sono sempre mille dubbi, che s’insinuano come tarli nella testa, sai. Dimmi cosa hai fatto…”
“ Per voi “, bisbiglia a occhi bassi, “ Solo per voi. Perché aveste tutto quello che desiderate “.
“ COSA HAI FATTO, ENRICO?”
Infine dice, togliendosi gli occhiali e pulendosi adagio adagio mentre sento Livia che offre il caffè ai carruba, “ Un piccolo business con gli Andreoli “.
Mamma mia. So, chi sono i fratelli Andreoli. Gli imprenditori che producono protesi e varie altre forniture ospedaliere.
Enrico si è infilato pantaloni beige Chico’s e maglietta Lacoste. Prende un pullover blu di cachemire, da non so quante migliaia di fili. Sta girandosi intorno a cercare, neppure lui sa cosa. Allora prendo le sue medicine per il colesterolo e la pressione, calze, boxer, pantofole, pigiama, libro e butto tutto nella sacca. Abbiamo 48 ore prima che il Gip provveda alla sua liberazione o richieda la convalida dell’arresto. 48 ore. Devo chiamare Sergio.
Lo chiamo. Gli dico cosa sta succedendo. Lui risponde che si precipita. E’ stato mio compagno d’università, ma ora lui è il più famoso avvocato della città, mentre io sono la moglie di un arrestato per peculato.
Torniamo di là. Enrico tace sempre e allora dico al maresciallo che il nostro avvocato arriverà quasi contemporaneamente a loro al carcere. Mentre pronuncio questa parole sento aumentare i battiti. Il cuore in gola pulsa spasmodicamente e capisco che se crollo ora crollano i ragazzi. Che salutano loro padre quasi in trance. Io lo abbraccio e dico “ Non avere paura. Penso a tutto io “. Invece non ho davvero la minima idea di che cosa dovrei fare. Guardo i ragazzi, appena chiusa la porta.
Mi si precipitano piangendo fra le braccia e, in silenzio, li lascio sfogare.
Penso a tante di quelle cose. Una raffica di pensieri impazziti che sbattono come falene intorno alla luce.
“ Niente panico “ , mormoro. “ Si tratta di una faccenda un po’ sporca, ragazzi. Papà si è lasciato pagare dagli Andreoli. Ma ne verrà fuori. Sono certa, che ne verrà fuori. Non dobbiamo perdere la calma “.
“ E’ colpa tua!!!!!!!! “ urla Livia, girandosi di colpo verso Marco. Tutti da noi sanno chi siano quei fratelli. “ Sempre a chiedere, sempre a chiedere!! Non bastava la moto, hai voluto la macchina!! E’ colpa tua, idiota!!!!! “
Marco si è girato e le ha dato un cattivo pizzicotto sul braccio, in uno dei soliti dispetti che si fanno da che sono nati. Ma paventavo il terrore di Livia, lei che venera il padre come fosse Giove, che lo ama con una tale passione che nessuno può permettersi di dirgli qualcosa senza che lei salti su come una iena. Eppure è Marco, che Enrico tiene in palmo di mano. Sono le dinamiche perverse della famiglia, gli amori che si incrociano come rette impazzite, come bastoncini dello shangay, e di cui non si riesce mai a fare coincidere tempo e spazio perché ognuno sia felice.
Le ore successive, non le ricordo. Credo sia venuto Sergio, a consolarmi, a farmi capire per la centesima volta che avevo fatto proprio male a scegliere Enrico e non lui, che mi amava da una vita.
Ci sono abituata da decenni a queste recriminazioni. Mi ha lasciato un foglio, con degli imperativi categorici. Non parlare con nessuno, non rilasciare dichiarazioni, non andare in tv, fare la spesa online, tenere i ragazzi a casa da scuola e via così. Ne ha fatto due copie anche per i ragazzi e li fissa con l’aria dello zio.
Loro lo detestano da sempre, proprio perché sanno che se potesse farebbe la forca a papà. Il telefono comincia a suonare e lo stacco. Viene Almudena ed entra senza guardarmi. La nostra brava tata peruviana sta piangendo. Va dai ragazzi e comincia a sbaciucchiarli, come faceva quando erano piccoli. E loro si lasciano coccolare perché l’adorano e solo lei sembra sapere come prenderli nel modo giusto. Sento che sussurra loro paroline dolci. Sono un unico groviglio sul letto di Marco.
Passano ore, in cui mi sento come anestetizzata. Vado in carcere –orrore – a portare ad Enrico qualche cosetta prelibata, che so che ama. Ma mi guarda come se fossi Harry Potter che ha fallito una magia. “ Roba da mangiare? “ dice incredulo. Non replico. E’ meglio che fra noi non ci siano conflitti.
Sui giornali locali e nazionali appaiono finestre esplicative che dicono: “ Peculato: l’incaricato di un pubblico servizio che, avendo per ragione del suo ufficio il possesso di denaro appartenente alla pubblica amministrazione, se ne appropria ovvero distrae a profitto proprio, è punito con la reclusione “. Il telefono è staccato, ma la segreteria è gonfia come un soufflé. Livia piange, la notte. In questi due giorni non è voluta andare da Enrico. Non vuole vederlo dietro le sbarre, parlare con lui dietro un vetro, come fosse malato.
Grazie al Cielo, le terribili 48 ore passano e Sergio ottiene gli arresti domiciliari per Enrico, col braccialetto elettronico alla caviglia. Decidiamo immediatamente di trasferirci nel podere che abbiamo a una ventina di chilometri dalla città. Lo chiamiamo “podere” per snobismo, così come si chiama barca un veliero di 50 metri, ma è una magnifica e immensa proprietà. Enrico ama dire che l’ha comprato per un tozzo di pane, ma forse chissà quanti tozzi gli hanno passato sottobanco i signori Andreoli.
Sono furibonda se penso quanto sono stata idiota, quanto sono stata cieca, come credevo ingenuamente a tutto quello che lui diceva. Quella montagna di denaro che portava a casa, dicendomi che lo studio andava benissimo, che aveva i pazienti in lista d’attesa fuori dalla porta, che aveva operato la nipote del gioielliere e lui aveva voluto vedergli “ per quattro euro “ quel bel braccialetto di smeraldi. Che le sue segretarie lo seguivano dovunque andasse ai congressi, che erano una noia da crepare. Che i ragazzi andavano un po’ viziati, per compensare la vita tanto sacrificata dei nonni, che avevano lavorato come muli. Che la gioventù è una sola, una sola, una sola. Che mi amava da morire. E allora mi mettevo sospirando il braccialetto di smeraldi che le damazze del nostro giro ammiravano con occhi sgranati, dicendo che un marito come il mio non lo aveva nessuno.
Siamo tutti colpevoli, non solo lui. Lui ha la grave colpa di avere creduto che non lo amassimo per lui stesso, ma per il lussuoso benessere che ci dava e che non immaginava di poterci togliere. Lui era un concentrato di desideri e di esigenze illimitate di essere amato. Infatti ora, sta cadendo a piombo nella depressione. Ha chiamato un collega neurologo e gli ha chiesto la bomba più efficace per arginare il male. Poi ha pregato il carruba di turno di andare in farmacia.
Questi ragazzi in divisa sono carinissimi: ci trattano con gentilezza e noi li riempiamo di caffè, panini, giornali, fiori di zucca fritti e videocassette, per fargli passare il tempo in modo discreto. Intanto noi, precipitiamo. in un buco nero, di cui non scorgo la fine. Enrico, non so.
Tutto sommato è come se fossimo in vacanza, se non fossimo oppressi dall’infelicità, dal disonore, dalla persecuzione dei media. Nel filare di platani che circonda il podere vedo spessissimo scattare dei flash. Arrivano lettere di pazienti che sono stati operati da lui con esito ottimo e che ora lo coprono di insulti. Lui ha delle borse sotto gli occhi che arrivano a metà guancia. So che gli Andreoli, che sono invece in carcere, gli hanno fatto pervenire dei messaggi in cui gli ingiungono di negare, negare tutto. Sergio ha parlato con i loro avvocati e si sono trattati freddamente. Vogliono disgiungere il loro destino dal nostro.
I nostri figli vanno molto a cavallo: abbiamo due o tre bestie niente male e loro se la cavano bene perché hanno imparato da bambini. Con lo stress, mi sono ripresi gli attacchi di sonnambulismo e la notte vago per il podere.
Da bambina, ne soffrivo. Da studente, una notte ho fatto una versione che di sera non avevo avuto la forza di finire. Da donna adulta mi sono sempre limitata a girare per casa. Tutti sapevano di non dovermi infastidire, al massimo accompagnarmi dolcemente a letto.
L’altra notte mi sono scontrata con Enrico, che non mi aveva visto ed era uscito sotto il portico a fumare. Mi sono svegliata di soprassalto e ho visto i suoi occhi sgranati nel buio, resi rossi dall’incandescenza della brace. Era disorientato, ma mi ha subito stretto fra le braccia e ha ripetuto molte volte “ Scusami. Scusami. Scusami, tesoro mio “ . Sono riuscita a tacere e poi mi sono lasciata condurre delicatamente a letto, lasciandogli credere di essere addormentata.
Ecco, così andrà avanti, finché non sarà finita con un dignitoso patteggiamento e la fedina penale non più immacolata. Poi cercheremo un’altra città, altri amici, altro lavoro, magari all’estero.
Perché è troppo difficile liberarsi dal marchio dell’infamia. E’ peggio di un tatuaggio, per il quale si soffre molto se si vuole farlo sparire. So che dovremo soffrire molto. Ma alla fine, si sopravvivrà. Come sempre.
Lascia un commento