Maylis de Kerangal è stata definita da autorevoli esperti la migliore scrittrice di Francia e, nell’attuale momento storico, concordo in pieno.
Come già vi raccontavo a proposito del suo ultimo Corniche Kennedy, ne ero rimasta folgorata a leggerne Riparare i viventi del 2014 e ne avevo fatto un’ampia ed entusiastica promotion fra le mie amicizie, che a loro volta si erano armate di passaparola presso persone che avevano fatto passaparola. Così mi ero considerata la prima e vera promoter di Kerangal. (Marketing di Feltrinelli a parte!)
Ne rimango tuttora affascinata, dopo avere letto tutto ciò che Maylis ha scritto, da Nascita di un ponte a Lampedusa, e via dicendo. Ma Riparare i viventi resta il mio prediletto. Nel frattempo vi butto lì che il successo e l’innamoramento del libro non sono stati di mia esclusiva pertinenza perché ne hanno fatto un bellissimo film e ben due pièces.
Mi aveva inoltre colpito che vi fosse, cosa non frequente, la prefazione della traduttrice a sottolineare quante peripezie avesse fatto per tradurre la prosa di Maylis così particolare, così profonda e vibrante, così ricca di metafore inaspettate, per riportarne nella nostra lingua il senso completo e altrettanto prezioso.
Nel libro si narra del risveglio all’alba di Simon che, con due suoi amici, sta per andare a fare surf sulle sponde della Normandia – Maylis è normanna di Le Havre e conosce bene quei posti, che mi sono altrettanto carissimi per avervi trascorso vent’anni di vacanze-. L’eccitazione spasmodica dell’attesa dell’onda giusta, il vibrare dell’emozione violenta, il piacere spericolato e carico di adrenalina che i tre ragazzi provano raggiungono l’acme, che poi si stempera quando, stanchi morti e inebriati come in un post coitum, e insonnoliti dal risveglio all’alba, tornano a casa.
Così la vista cede, il sonno prevale, la macchina si annienta e Simon muore.
Il suo soprannome è Sky, che vuol dire cielo, il suo cognome è Limbres, che ha le stesse iniziali di limbo: e infatti siamo nel limbo di ventiquattr’ore di tempo reale.
Trasportato il suo corpo in ospedale, ne viene constatato il decesso cerebrale, ne vengono informati gli straziati genitori, ai quali il capo dell’equipe medica domanda – con delicatezza estrema e profonda umanità- la concessione di prelevarne gli organi. Loro saranno molto riluttanti a darla e alla fine cederanno con la motivazione di tutti quelli che perdono un essere amatissimo, perché ne sopravviva almeno una parte del corpo. L’unica limitazione che pongono è quella di non prenderne gli occhi.
Con altrettanta adrenalina, si scatena il tam-tam. La destinataria sarà una funzionaria parigina. Si mette in moto una macchina potente per salvare almeno il cuore di Simon e metterlo nel corpo di Claire. E Maylis di questo se ne intende perché ha personalmente assistito a una vicenda analoga che riguardava una sua carissima cugina.
Intervengono dettagli della vicenda e personaggi a prima vista secondari, che non dimenticherete mai tanto saranno fondamentali: come un infermiere algerino amante del canto o l’arrivo da Parigi in elicottero dei chirurghi che dovranno portare il cuore a Claire o la vita pregressa di Claire Mejan, che contribuiscono a creare un’atmosfera potente e drammatica.
Scene di una grande intensità, come la commovente ricomposizione del corpo di Simon da parte dell’infermiere algerino, che adagio adagio canta una melodia dolcissima. Scene che riportano alla mente l’Odissea, quando viene preparato il corpo di Achille. Una scena di grandissimi amore e umanità e dolcezza, per la quale ho usato non a caso la parola del titolo Poesia per un Cuore.
Non so cosa faccia impressione a ciascuno di voi.
Ciò che vi ho raccontato vi suscita qualche turbamento? A me personalmente suscita impressione e turbamento la violenza di Gomorra o dei vari Padrini o l’efferatezza dei gialli svedesi, oltre alla disinvoltura con cui è trattata la vita umana oggi, come se in certi casi si fosse ritornati nei secoli bui, in cui uscire di casa non era garanzia di tornarvi. O il compiaciuto indulgere sul Male, come condizione naturale nella quale viviamo. Ma non il trapianto di un cuore.
Tra accelerazioni e pause, ventiquattr’ore di suspense, popolate dalle voci e dalle azioni di quanti ruotano attorno a Simon: genitori, fidanzata, equipe medica, infermieri, tutti i protagonisti dell’avventura, privatissima e al tempo stesso collettiva, di salvare un cuore, non solo organo ma sede e simbolo della vita.
La natura nella sua interezza, l’energia vibrante di un corpo giovane e potente strappato alla vita e ai palpiti della gioventù, che diventa l’involucro di un cuore da trapiantare in un altro petto, meno giovane, più stanco, più affannato. Non è facile narrare la trepidazione quando si parla della morte di un giovane: non ho capito mai né condiviso il verso di Menandro ” Muor giovane chi è caro agli dei”. Il libro è pervaso da una generale sobrietà, dalla grande dignità di un dolore, da un’umanità in cui fermentano le emozioni e le passioni che affiorano inevitabilmente: nel film una sciupatissima Emmanuelle Signac dà il volto alla madre.
Un romanzo avvincente, da leggere tutto d’un fiato, così come le vicende che si sovrappongono e passano rapide nell’arco di ventiquattrore, in un turbinio di sentimenti diversi, di disperazione, di collera, d’incredulità, di tenerezza e di amore, di forza e di speranza. Un inno alla vita. Un libro che si fa amare. Un’autrice da non dimenticare più.
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