Mentre è in giro per promuovere La memoria della cenere, mi sono ricordata che l’autrice Chiara Marchelli l’ho conosciuta personalmente.
La sua biografia dice che lei è nata ad Aosta, mentre in realtà è di Courmayeur, dove d’estate l’ho incontrata al Jardin de l’Ange, un delizioso luogo dove si fanno reading. Da Courmayeur alla cattedra d’italiano all’Università della Grande Mela dove insegna il passo non è breve, tuttavia Chiara, sempre più magra ad ogni nuovo libro, con quel suo speciale coraggio e quel suo sguardo bruciante, ce l’ha fatta. I suoi libri che ho letto si svolgono tutti a NY, dove lei abita nel Bronx e che conosce come le sue tasche. E’ stata semifinalista al Premio Strega nel 2017.
Al tempo dell’Amore involontario – quando l’ho conosciuta – le ho rivolto diverse domande sulle sfumature sottilissime per le quali si possa definire “involontario” un amore.
E non ci siamo affatto messe d’accordo, ma è stata una piacevole diatriba: poi, al tempo de Le mie parole per te, una rovente passione fra due donne apparentemente destinata al macello, le avevo detto di essere molto impressionata dalla sua conoscenza del mondo adolescenziale, dimenticando che è molto padrona dell’ambiente universitario piuttosto turbolento in cui vive da anni. Per inciso, durante la presente di questo libro il relatore dell’incontro non ha dichiarato ufficialmente il sesso della partner della protagonista se non dopo quaranta minuti dei sessanta che avevamo e questo la dice lunga sulle faccende omofobiche..
Sensazione che si è nuovamente manifestata con Le notti blu, che è quello di cui voglio parlare, perché La memoria della cenere ancora non l’ho letto e lo farò a breve, dato che Chiara è una delle mie poche scrittrici italiane preferite. E in questo contesto mi piace parlare più che di un solo libro della sua opera in generale e della sua figura di italiana all’estero, che si è saputa imporre in un difficile ambiente letterario come quello della Grande Mela. E’ una persona di grande finezza e riservatezza e dà davvero l’idea che tutto ciò che scrive sia totalmente autobiografico, e del resto sappiamo che… Madame Bovary c’est moi.
Talvolta, nelle Notti Blu sembra di risentire le parole che abbiamo ascoltato dalla bocca di Javier Marias, quando ha detto che mai, mai e poi mai sappiamo qualcosa di autentico delle persone che abbiamo accanto e talvolta neppure di noi stessi. E’ un’opera molto intensa e forte, che lascia il segno: Chiara comincia descrivendo Larissa e Michele che a cinque anni dal suicidio del figlio Mirko, ne rievocano la misteriosa esistenza. Loro si conoscono da una vita, così come credevano di conoscere alla perfezione il figlio. Li troviamo durante la serata di Capodanno, quando il mondo impazza, ma che per loro è solo il giorno in cui, cinque anni prima, Mirko li ha lasciati, senza una ragione apparente. Neppure la moglie Caterina capisce nulla e si dispera.
Delicatissimo lo svolgersi dei giorni successivi, che dovrebbero tentare di trovare una qualsivoglia causa di questo inspiegabile evento. Ma c’è un motivo preciso: tramite la lettera di un avvocato, Michele e Larissa – e naturalmente anche la povera Caterina- sono venuti a conoscenza dell’esistenza di un bambino, avuto da Mirko con una donna di Courmayeur, di cui i tre non riescono neppure a immaginare che lui conoscesse l’esistenza. E’ per questo che inizia un viaggio a ritroso, dove ciascuno dei tre rivive la sua propria esperienza di Mirko, da New York, dove i genitori vivono, all’Italia dove Mirko era andato –quasi una fuga- e aveva sposato Caterina.
In tutti i suoi libri Chiara dimostra una profonda conoscenza della Liguria e anche qui è la terra d’origine dei tre protagonisti. Michele, professore universitario di teoria dei giochi, e Larissa sono una coppia che ha avuto e ha un rapporto profondo. Lui un esuberante, lei una donna fredda e rigorosa oltre che priva di ogni manifestazione esteriore, ma legata intensamente a Mirko, tanto da farle escludere tassativamente che, se lui avesse avuto una relazione e addirittura un figlio, avrebbe potuto non dirglielo.
La loro vita odierna ha gli stessi riti di sempre, inclusa la preparazione della focaccia ligure che Mirko non perdeva mai, rubando golosi pezzetti di pasta.
La capacità d’indagine psicologica di Chiara Marchelli è davvero sorprendente e talvolta suscita emozione, per quanto sappia indagare impietosamente nell’interiorità dei suoi protagonisti.
La tragedia che ha fermato le loro vite ha insinuato cocenti sensi di colpa in tutti loro, che sono stati incapaci di capire, di sapere, di prevedere. L’intimità dei pensieri più nascosti viene portata alla luce dai tre protagonisti. Chiara Marchelli non ci narra la morte del figlio, ma ce la fa rivivere attraverso i retropensieri dei genitori e della moglie.
Scrive: “Le notti blu. È un bel modo di chiamarle, dopotutto. La luce blu è diffusa in tutte le direzioni e ha una lunghezza d’onda più breve, rifratta dalle particelle più piccole degli strati alti dell’atmosfera, al contrario degli altri colori. In qualunque direzione si guardi, una frazione di quella luce arriva ai nostri occhi. Per quello il cielo pare blu». (p. 38) . Questo ha insegnato Michele a Mirko e questo ritorna attraverso le domande del figlio e le trasforma in metafore della vita.
E per non parlare poi del rapporto tra il piccolo Andrè e il nonno, arrivato – contro il volere di sua moglie– da New York, con l’imperativo di darsi pace e comprendere chi fosse quello sconosciuto che era entrato e uscito così perentoriamente nelle loro vite. E infatti la frase più incisiva del libro è quella che fa anche da epigrafe “E’ più forte la vita”.
Chiara Marchelli è una scrittrice di cui finora si è parlato troppo poco e che va invece sviscerata nel profondo, com’è profonda e delicata la sua anima, la sua bella prosa limpida e pungente e le storie che ci racconta. E ora leggeremo La memoria della cenere .
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