Non è stato immediato l’interesse per “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella, Premio Strega Giovani 2014. Di questo autore 43enne in rete si sprecano le lodi, con grandi sponsor del genere Roberto Saviano: è collaboratore di Repubblica e Vanity Fair e varie testate internazionali ed è stato consulente in Mondadori ed editor in Feltrinelli. Personalmente non ne avevo mai sentito parlare, ma io non tracimo amore per le ultime generazioni di letterati italiani e dunque sono sempre prudente nell’accostare un nuovo nome, sopraffatta dall’iperproduzione nostrana, che sforna un numero inaccettabile di libri all’anno. Così mi sono apprestata alla lettura con un certo disagio e non pochi pregiudizi e mi sono immersa in un microcosmo somalo, nel quale è nata Samia Yusuf Omar.
Alla fine del libro ho la vaga sensazione di averne letti due, perché la cesura che li separa è netta come un bisturi: nella prima si narrano le tenerissime vicende familiari della ragazza, in un paese dove il quotidiano massacro dei vari clan in guerra fra loro rendono quasi incredibile che nel cortile di una casa sia possibile che sopravvivano, in una stamberga di due locali, sei figli e due genitori e che gli amori familiari, i legami fra sorelle e amici siano reali. Eppure succede proprio così: Samia cresce circondata dal grandissimo amore di genitori e fratelli e in particolare della sorella Hodan e di Alì, un piccolo amico che vive nello stesso cortile.
I due sono appassionati di corsa e corrono per ore a grande velocità, sfidando le pattuglie armate, i muri sbrecciati, le macerie delle case sventrate, il terreno pieno di buche, eppure Samia – che conosciamo a otto anni e seguiamo sino ai venti – riesce ad essere enormemente felice in questa invivibile società, dove tutte le malvagità umane sono a portata di mano. Il suo sogno è correre più veloce del vento col piccolo Alì che le fa da allenatore, vincendo modeste gare nei paesi vicini e qualcuna in città a breve distanza, malvista dai soldati e in generale dalla autorità, ma benvoluta dal popolo, nel quale comincia a diffondersi la voce che Samia arriverà alle Olimpiadi, sarà la portavoce della Somalia e darà inizio alla guerra di liberazione delle oppresse donne somale.
È il sogno che da sempre le inculca il padre, che fin da piccola l’asseconda e la incoraggia. Così dunque nella prima parte del libro seguiamo la incredibile e difficilissima ascesa della piccola e bellissima atleta Samia, che a un certo momento il Comitato Olimpico somalo farà arrivare alle Olimpiadi di Pechino dove lei, uno scricciolo rispetto alle dotatissime avversarie, arriverà ultima ma acclamatissima dalla folla festante che urla il suo nome imprimendo in lei un ricordo indelebile e la forza per andare avanti.
Al suo ritorno il Paese è diventato una feroce dittatura e Samia deve correre di notte coperta dal burka, nascondendosi e strisciando lungo i muri crivellati per arrivare allo stadio scempiato dai colpi di mortaio. Eppure va, eppure corre, eppure ama sempre le persone che le stanno accanto anche se, forse per ritorsione, il suo adorato padre un giorno viene ucciso al mercato, senza peraltro che la piccola Samia- pur devastata dal dolore- smetta la sua impresa, continuando a ripetersi le parole che le diceva lui.
Anche Alì scompare e finisce fra le bande più feroci ed un giorno ricompare nel cortile con un fascio di soldi, guadagnato per avere fornito proprio lui -dice fra i singhiozzi- le indicazioni per fare uccidere il padre di Samia e la implora di accettarli, per ammansire il suo orrendo senso di colpa.
Da qui in poi Samia diventa una migrante: il libro cambia registro e si entra silenziosamente ed anche un po’ sgomenti nella seconda parte.
Lei capisce che dal suo Paese, ormai cupamente dominato dai crudeli integralisti, non otterrà mai l’autorizzazione a correre nelle prossime Olimpiadi di Londra e scappa a piedi in un incubo che durerà ottomila chilometri e un anno di ferocia subita in ogni dove, dall’Etiopia, al Sudan, alla Somalia, e dopo essere riuscita a sopravvivere all’inferno del Sahara, delle prigioni, degli innumerevoli aguzzini, delle vessazioni, delle ruberie e della malvagità umana in tutte le sue manifestazioni arriverà a gettarsi in acqua per agguantare una fune appesa alla fiancata di una nave italiana, a poca distanza da Lampedusa, cui non riuscirà mai ad arrivare.
E qui sentiamo un colpo di fucile. Al nostro cuore. Perché, dopo avere condiviso emozioni, sentimenti e odissea di questa ragazza, non si riesce a credere che siano stati inutili. Però Samia si tramuta così in un simbolo e, dopo avere seguito la sua storia, saremo indotti a guardare con sempre maggior rispetto chi ha una faccia di colore diverso dal nostro, ma lo stesso animo, gli stessi desideri, gli stessi indomabili sogni.
Sasa dice
Ho letto tutto d’un fiato . Grazie a te e alla tua sintesi . Ma alla fine della corsa la mia coscienza non era assolutamente preparata ad accettare nient’altro che il lieto fine e per la prima volta avrei forse preferito che tu non fossi stata capace di agganciarmi fino all’ultima parola , come avviene regolarmente.
Renata dice
Paola …sto diventando una tua G r a n d e. Ammiratrice, purtroppo prima non ti conoscevo . Sto cercando la recensione sull’autrice dell’articolo Olga ..soeto di trovarla ! Buona serata