Di Jan Mcewan abbiamo letto tanto, no?
Chi dimentica Il giardino di cemento, Cortesie per ospiti, Espiazione, Sabato, La ballata di Adam Henry, solo per citarne alcuni titoli. Ma con Nel guscio, siamo oltre.
Finora sapevamo che la moglie di Bush avesse fatto parlare il suo cane in un libro, oppure che Alice Sebold avesse narrato in prima persona le peripezie di se stessa defunta, ma che l’Io narrante potesse essere un feto, sembra che finora non fosse venuto in mente a nessuno.
E’ un feto davvero speciale, colto quanto sono colti i genitori, fine intenditore di vini, specie il sublime Sancerre Chavignon, che gli arriva ovviamente tramite il cordone ombelicale, colmo di odio per i tradimenti di padre e madre e di uno zio proprio schakespiriano, che sta per fare fuori il fratello per prenderne il posto nel letto della madre. O omerico, se vogliamo ampliare il campo. Ebbene questo ragazzino neppure impubere, che sta a testa in giù nella pancia della madre, che subisce le molestie di un sesso piuttosto spinto con i potenti colpi dati dallo zio, è proprio simpatico, un vero gentleman inglese. Sta in un guscio di noce eppure talvolta si sente il re di uno spazio infinito se non fosse la compagnia di brutti sogni come diceva Amleto, che lui spesso cita: questo brillante narratore, che ascolta gli approfondimenti culturali alla radio con la mamma, in attesa del lieto evento, vorrebbe poter scappare fuori prima, per avvisare il padre che madre e zio stanno tramando per farlo fuori.
Del resto neppure questo padre, colto editore di piccoli e raffinati libriccini di poesia, è proprio uno stinco di santo e copula ovviamente con una poetessa. C’è dietro naturalmente una bieca questione d’interesse, l’avito palazzo in cui abitano e che dovrebbe andare al padre, ma lo zio ambisce disperatamente. Per dilapidare con i propri debiti. Un ricco edificio georgiano d’inestimabile valore su Hamilton Terrace.
La mente del nascituro si arrovella per trovare il modo per mettere in guardia il debole padre, sta in ascolto, coglie ogni dettaglio del diabolico piano zio-mamma, perché per questo insolito narratore l’udito è l’organo principale con cui sta in contatto col mondo. E’ così infatti che ha assorbito la sapienza che possiede, nelle molte ore di ascolto di un canale culturale simile alla nostra Radio Tre.
Ora, il prossimo e desiato parto, significherà per lui la fine di questa tortura ma anche un’angosciosa prospettiva ed un rischio enorme, perché se i due fedigrafi fanno fuori il padre lui, il piccolo, potrebbe finire affidato ai servizi sociali, dato che la madre sarebbe nelle patrie galere: quindi fine del Sancerre, del dolce cullarsi nel liquido amniotico, di tutto il tempo libero per porsi quesiti esistenziali, interpretare i segni dalla sua realtà mediata.
Vi ho dato abbastanza elementi per attrarvi alla lettura di questo piccolo capolavoro?
Di questo straordinario gioco di prestigio, controllato ormai con somma bravura dal Nostro, dilettevole per l’humour, geniale nell’inventiva. Da leggere.
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