Come d’abitudine, una piccola immersione nel passato, alla ricerca di testi perduti, che fanno talmente parte del nostro immaginario letterario da farci quasi dimenticare di averli letti.
Non molti libri hanno il privilegio di avere un titolo che è entrato a far parte del nostro linguaggio abituale come “ Lessico familiare” di Natalia Ginzburg.
Non è facile recensirlo anche perché la prima impressione è di un certo disagio. Sembra un po’ “datato”. Ma poco alla volta ci immergiamo nella storia di questa famiglia piemontese, padre, madre e i cinque figli ci entrano dentro con il loro lessico famigliare che, se dapprima ci risulta quasi molesto, alla fine diventa così fluido e naturale da farcelo amare come nostro.
Natalia Ginzburg ha buoni natali e, seguendo il filo del racconto, si scopre poco alla volta che ci sono legami di parentela con buona parte dell’intellighenzia e della politica italiana. Siamo negli anni precedenti l’avvento del fascismo, la famiglia vive a Torino e abita diverse case: c’è un padre di aspetto e voce burbera che usa aggettivi tutti suoi – come sbrodeghezzi, potacci, sempiezze, malagrazie, negrigure- forse dialettali, forse mitteleuropei, c’è una madre milanese che sembra debole e capricciosa e invece risulta molto vivace e spiritosa.
Pochi autori italiani “capiscono” come Natalia cosa sia una famiglia. Quel vivere insieme, mangiare alla stessa tavola, avere attorno le stesse pareti di casa, conoscere i dettagli delle conversazioni e sapere prima che vengano pronunciate certe parole quali saranno, capire un’allusione o una ricetta antica, rammentare la storia di un quadro o di un antenato. Non si tratta di solo affetto che lega i familiari ma si tratta di una ragnatela di abitudini e di complicità. Come abbiamo letto di recente forse di “ fedeltà invisibili ”.
Dopotutto il libro è anche una ricerca del tempo perduto, ma senza troppi sentimentalismi. L’amore viscerale per la montagna, cui il padre costringe anche i più riottosi dei figli. L’insensibilità di Natalia per la musica tanto amata dalla madre, l’evolversi della loro vita durante la lenta ma inesorabile crescita della marea nera. Ma la famiglia, da sempre antifascista, non se ne starà con le mani in mano.
C’è una partecipazione emotiva e pratica di alcuni membri. Loro sono ebrei e aiutano come possono gli amici ebrei dopo le leggi razziali che obbligheranno persino il padre, insigne fisico, ad andare a insegnare in Belgio. Durante i vent’anni e dopo nella Resistenza e nell’appartenenza di Natalia al comunismo dichiarato, tutte le azioni vengono descritte con stile calmo e quasi distaccato.
Così come risulta di grande fascino la sua entrata in quella che è senza dubbio la casa editrice Einaudi, senza che ne venga mai fatto il nome, accanto a Pavese, di cui Natalia descrive, senza risparmiare nulla, il carattere bizzoso e la sua devastante infelicità sentimentale sino al suicidio.
Non è che questi cinque figli siamo molto legati, a quanto sembra ciascuno ha le proprie amicizie e la propria vita e spesso i fratelli si pestano a sangue. Ma il realismo delle descrizioni delle cene, degli amori, delle passioni è preciso e ricorrente. Natalia non ha scritto un libro dal palpito affannoso come tante memorie sudiste, è molto asciutta e riservata anche su se stessa.
Ogni tanto salta fuori una frasetta laconica in cui si dice “sposai il tale, ho avuto un figlio, è morto il nonno…” etc Insomma è un libro di grande sobrietà e al tempo stesso molto toccante proprio nella sua immensa semplicità. Eppure è la donna che per prima ha tradotto Proust. E questo dice tutto del suo animo.
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