Da qualche tempo frequento il Circolo dei Lettori di Milano, che ha sede nella casa del Manzoni, e scusate se è poco. Niente a che fare con i miei quattro amati club del libro in cui ci riuniamo e discutiamo amabilmente ma profondamente il libro del mese: qui ci sono autori e critici in persona, che presentano i loro saggi e in genere sono libri di un certo spessore. È così che ho scoperto Amanda Craig e il suo più che buon romanzo, dal titolo un po’ evasivo “ Le circostanze”.
Amanda è una giornalista e scrittrice inglese, qui da noi poco conosciuta sebbene abbia scritto sette libri, la cui originalità consiste nel fatto che alcuni personaggi secondari di un libro diventano protagonisti dei successivi. Nata in Sudafrica, cresciuta in Italia, laureata a Cambridge, Amanda in questo libro non fa sconti a nessuno. Qui si parla di materia incandescente, perché si narra della devastante crisi economica delle società inglese, che ha condotto alla famigerata Brexit.
L’incipit non lascia niente di non detto e aggredisce con un “ Non ci sono soldi e i Bredin non possono permettersi di divorziare”.
Capito? Neppure di divorziare. Eppure loro sono una ricca coppia: Lottie è architetto di una certa fama, Quentin un giornalista affermato, anche se in declino. Vivono nei quartieri alti, frequentano la gente bene e mandano le loro due bimbe in scuole costose. Tenore di vita elevato, mentre le banche falliscono e il lusso viene poco alla volta ingoiato dalla crisi. In più ci sono le infedeltà del marito, un tipo belloccio molto sexy, che ora dorme sul divano e ha confessato tutto mogio le sue scappatelle, ma Lottie di lui non ne vuole più sapere.
C’è anche Xan, il figlio diciottenne di Lottie e di un nigeriano fantasmatico, che è uno splendido ragazzo di colore con occhi azzurri, che odia Quentin. Questo romanzo è la storia della loro fuga obbligata da Londra e della vita nel Devon, nella bellissima e crudele campagna inglese, un corposo affresco, venato di un giallo intenso che ne fa una black commedy.
E’ stata Lottie, con l’aiuto della madre Marta, di origini tedesche e insegnante di musica ad alto livello, a scovare questa meraviglia nel Devon affittata per un tozzo di pane. Abbandonata la grande casa nel quartiere giusto, la famiglia affronta tutte le insidie di un trasferimento così radicale a Home Farm, un po’ vecchia, un po’ maltenuta, dove scorrazzano topi in libertà: troppo tardi scopriranno che il ridicolo costo nasconda un segreto di quelli tosti. Eppure era l’unica via di fuga, dopo avere affittato la bella casa di Londra e viverne dei soldi ottenuti.
Ma il Devon che si spalanca ai loro occhi non è quello delle commedie romantiche, è una terra inospitale, astiosa, piena d’immigrati pagati una vergogna e d’inglesi favorevoli alla Brexit, piuttosto sospettosi nei confronti della nuova famiglia appena arrivata. Questi agricoltori fanno una vita grama e non sono affatto simpatici e accoglienti, con la sola eccezione di Sally, una delle protagoniste del romanzo, infermiera e assistente sociale, che ben conosce gli scheletri nell’armadio dei valligiani.
Dopo la nomina a “libro dell’anno” nel ‘17 fatta dai migliori quotidiani inglesi, l’autrice è stata paragonata per il suo stile ricco e corposo a nomi come Trollope, Dickens e Waugh, ma io trovo che non sia necessario scovare ascendenti così illustri, dato che il suo stile incisivo e tagliente non ha bisogno di paragoni alcuni. Una frase esemplare: “ Ricordami come hanno fatto gli uomini a diventare padroni del mondo? “ “ Le donne fanno figli, mio caro”.
Le ristrettezze economiche sono tali che Xan deve lasciare gli studi e cercarsi un lavoro in una fabbrica di torte e questo ci consente di aprire un grande spiraglio sulla vita industriale decisamente conturbante. E il microcosmo che ruota intorno ai Bredin si arricchisce di personaggi importanti, le cui storie sono funzionali al contesto creato dall’autrice, con ricchezza di particolari ed analisi di personalità, pensieri, paure e rimorsi di grande bravura, in una grande ragnatela di eventi, con una forte suspense psicologica e con descrizioni della natura di ampio respiro.
Poi, poco alla volta i misteri si lasciano svelare, le circostanze faranno sì che Lottie ritrovi un compagno di studi che la invita a lavorare per lui nella costruzione di grandi quartieri nella zona, che Quentin, tormentato da penose vicende familiari, capisca di essere un viziato peter pan e cerchi di porre rimedio ai propri errori. È una storia in cui ci s’immedesima moltissimo perché ha tante sfaccettature nelle quali ritroviamo noi stessi, dalla crisi economica alla crisi affettiva, alla crisi delle certezze esistenziali, dove tutto può cambiare a seconda delle “circostanze”, sfatando da un lato il mito bucolico delle campagne inglesi e dall’altro offrendocene meravigliose descrizioni.
Nei capitoli finali il libro, secondo me, ha una piccola caduta di gusto, colorandosi di un giallo violento un po’ eccessivo, ma è un peccato veniale che si perdona volentieri all’autrice – del resto la letteratura inglese indulge spesso a pennellate gotiche- perché la storia poi ha un’ottima impennata verso lo sprint finale, con una satira sociale davvero mordente e con l’acuta descrizione della più recente storia inglese, così dannatamente simile alla nostra: tutto ciò ha permesso alla Craig di essere definita “l’autrice dello stato della nazione” e non mi sembra cosa di poco conto. Quindi un libro che merita senz’alcun dubbio attenzione, e la scoperta di un’autrice poco nota e poco pubblicizzata, perché fuori dal giro di marketing delle major companies: e infatti esce nella piccola e audace casa editrice Astoria, che merita un plauso. Sappiatemi dire cosa ne pensate voi. Alla prossima.
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