Non vi stupisca il fatto che mi rimetta a parlarvi di Paul Auster, soltanto due o tre settimane dopo avervi scritto la recensione di “ Sunset Park”. Anzi, è stata proprio lettura di quello che ha generato la lettura di questo, che, girava voce in rete fosse il più bel libro di Auster e anche la prova generale di “4321”. Così, sebbene un po’ scettica, mi sono accinta ad immergermi per l’ennesima volta nel suo stile fluido e avvincente, dato che nella mia libreria la pila dei raffinati Struzzi Einaudi su di lui, manca proprio di questo “Invisibile” e la curiosità era stimolante.
Come primo pensiero direi, “ Beh, non esageriamo”. Escludo con fermezza che il libro possa essere una prima ridotta versione del potente capolavoro “4321” ed escludo pure – a mio modesto avviso – che sia il più bello di Auster. Però, intendiamoci, è un libro piuttosto insolito, di quelli che ti disorientano perché c’è un continuo passaggio di testimone da una persona all’altra e il finale totalmente aperto – altro che quello di ”Sunset Park”- lascia un pochino perplessi. Ma procediamo con ordine, anche perché in questi tempi malsani, siamo già abbastanza disorganizzati spiritualmente, il che è indispensabile per avere almeno una traccia regolare del plot.
Il protagonista è un giovane bello e brillante si chiama Adam Walker e studia letteratura in uno dei migliori college e ha un animo sensibile oltre che leggermente solitario. Va malvolentieri a una festa di quelle che si svolgono nei magnifici loft della Grande Mela, dove conosce una coppia piuttosto inquietante. Lui. Rudolf Born, è un professore arguto e invasivo, lei, Margot, la sua silenziosa amante francese. I contatti fra i tre s’intensificano e durante un’assenza del professore, che peraltro non sembrava contrario all’apertura della loro coppia, per giorni e giorni Adam e Margot fanno sesso selvaggio.
“ Invisibile” talvolta si sente Adam, il quale è sempre indeciso sul modo di comportarsi con la coppia, anche se il professore, perfettamente consapevole di quello che è successo fra i due, gli fa ponti d’oro e gli offre di dirigere una rivista letteraria di alto profilo, a suo completo piacimento. Il libro si fa misterioso, l’intreccio si articola arrovellandosi su se stesso, i colpi di scena sono all’ordine del giorno. Mentre Adam e il professore sono in giro per Central Park avviene un fatto efferato, in cui il professore fa fuori un assalitore nero e Adam sviene dalla paura. È qui che fa la sua comparsa nella storia Gwyn, l’adorata sorella di Adam, che diventa uno dei personaggi più influenti del libro. Ed è finita la prima parte, in cui l’io narrante è in prima persona.
Ritroviamo Adam vecchio e malato di leucemia che scrive a Jim, un suo amico del college, ormai celebre autore, e gli manda il racconto di questi fatti, suscitando in lui un grande sconcerto. Dovranno incontrarsi, ma intanto Jim gli consiglia di continuare a scrivere. Qui ora si narra con la seconda persona singolare e si entra nel cuore della vicenda, che è gonfia di sesso, sesso davvero molto esplicito, eros puro, direi, se non fosse che i protagonisti sono fratello e sorella. E quindi se siete ancora in possesso dei tabù fondamentali, vi metto in guardia.
Dopo sei mesi di vita felice, Adam parte per motivi di studio per Parigi, dove Rudolf e Margot gli consentono di riprendere le vecchie consuetudini, seppur separatamente. Ma Adam ha denunciato il professore per omicidio e lui lo sa. Ed emergono ombre sempre più minacciose del suo inquietante passato che lo rendono ancora più pericoloso. Dopo New York, dunque si vive a Parigi, ed è il 1967, l’anno precedente l’esplosione mondiale della rivolta giovanile. Adam fa il fattorino in una biblioteca, vive in un tugurio. Vede Margot saltuariamente, ma comincia un rapporto contorto anche con Helene, che Rodolf intende sposare, e la figlia Cecile, bruttina e coltissima. È a questo punto che la ricerca della verità la fa da padrona, che la coscienza di Adam si ribella al fatto di lasciare sposare quella limpida donna di Helene a uno che, davanti a lui, ha assassinato un giovane nero.
Così parla e ne paga il prezzo perché madre e figlia lo mettono al bando. Finisce in tal modo la parte in seconda persona e l’amico Jim ormai dovrebbe finalmente incontrare Adam per cena in un luogo sperduto fra le colline, ma lo trova morto. Gli viene consegnata una busta, che contiene il resto della storia, che questa volta si svolge in terza persona ed è molto scarna ed asciutta: cambia il ritmo della narrazione, cambiano i giorni e i luoghi, come se l’autore facesse di proposito una brusca sterzata e si mettesse su un piano temporale e spaziale completamente diverso, che non ha più niente a che fare con Adam e col suo lacerante bisogno di giustizia.
Come in un gioco di specchi leggermente molesto, i protagonisti diventano Rudolf e l’ormai cinquantenne Cecile in un viaggio finale ai Caraibi, dove il substrato profondo del libro diventa la pesante coltre dello sfruttamento dei neri da parte dei bianchi, guerrafondai e colonialisti, dando una randellata alla civiltà occidentale, alternando i tempi della narrazione con continui flash back e cambi di io narrante.
Il romanzo merita una buona votazione, anche se non il punteggio pieno, perché vi riscontro qualche incongruenza, tuttavia si legge con molto trasporto. Sino a un finale lasciato così in sospeso da far credere che si dovesse solo voltare pagina per saperne di più e dare un senso compiuto alla storia. Credo di essere stata molto esauriente, più del solito, no? Forse dipenderà dagli stati d’animo da coronavirus, che purtroppo permettono di indugiare sui dettagli, con tutto il tempo che ci cresce attorno, debordando, senza lasciarci oggettivamente argomenti sufficienti per ipotizzare piani futuri, proprio come piace tanto al Nostro.
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