Che fosse doveroso, dopo aver tessuto le lodi di Olga Tokarczuc (tardivo Nobel ’18 per scandalo sessuale) – parlare anche del premio Nobel ’19 Peter Handke mi sembrava ovvio: d’altro canto sinceramente non me la sentivo durante le feste natalizie di affliggervi con la recensione di un libro dal titolo “ Infelicità senza desideri”, che fin dalla copertina ti mette in allarme rosso. Non volevo guastarvi l’umore, specie se era alto.
Ma di Handke bisogna parlare, perché dopotutto si è beccato il Nobel e si è sempre nel corso della sua vita fatto portavoce di vibranti denunce, con un ardente spirito polemico nei confronti della sua generazione di scrittori austriaci. Nasce in Carinzia nel ’42, studia Giurisprudenza che presto abbandona per dedicarsi alla letteratura, con una scrittura densa e minimale, quasi sperimentalista. Leggere il libro di cui vi voglio parlare è un’esperienza spesso raggelante, ma è stato definito un “classico” dalla critica militante e come tale ve lo descrivo.
Il giovane scrittore apprende dai giornali del suicidio della madre – e questo la dice lunga sulla frequenza dei loro rapporti. Di fronte al suo corpo senza vita resta freddo e distaccato e analizza la scena quasi da un punto di vista scientifico, per arrivare a farne un atto di denuncia contro la generazione della madre e la condizione della donna in Austria negli anni ‘30, in un contesto sociale di tale violenza da estorcere ogni possibilità di desiderio, per vivere soltanto come un animale domestico con l’unico compito di procreare.
Autore di “Insulti al pubblico” e di “Prima del calcio di rigore”, sceneggiatore del “Cielo sopra Berlino” e della celeberrima “ Donna mancina”, di cui ha anche diretto anche il film, Handke ha dedicato molti dei suoi reportage alla situazione dell’Jugoslavia – del cui tormentato territorio era originaria la madre – per solidarietà contro i bombardamenti sui civili in Serbia. Ha rifiutato prestigiosi premi letterari. D’altro canto ci sono state vibranti proteste da parte d’intellettuali e dei parenti delle vittime del Kosovo, che hanno contestato l’assegnazione del Nobel, per la presunta – e neppure tanto presunta – vicinanza di Handke alla politica di Milosevic.
Ma tornando al libro, la descrizione dell’infelicità senza desideri di questa donna, che organizza nei minimi dettagli la sua dipartita dal mondo, fa cadere il figlio in un astioso mutismo e lo induce a scrivere di lei col suo consueto approccio eversivo. Il durissimo ritratto della donna, intervallato da chiassose e volgari risate, scava nell’animo di Handke un rancore profondo nei suoi confronti – come spesso capita a chi non accetta un gesto di tale portata – e distrugge in lui ogni sensazione di sacralità della morte, sballottandolo tra l’apatia e la noia sino a riuscire con molta fatica a incassare il trauma.
Ma la ferita che risulta evidente ad ogni frase, ad ogni parola ci suscita uno sconcerto pesante, perché totalmente privo di pietas, accettabile solo come parte di un’intera opera di grande spessore, nella quale non riusciamo però a trovare uno straccio di comprensione o la minima capacità d’identificazione. La lettura di questo libro non lascia nulla di gradevole o d’interessante nell’animo di chi legge, tuttavia è prezioso strumento di conoscenza di un autore che ha scritto libri ormai definiti “classici”.
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