Che libro strano. Rimane questa sensazione alla fine della lettura di In compagnia della tua assenza – bellissimo titolo molto poetico, di Colette Shammah.
Un libro parlato in prima, seconda e terza persona, con un io narrante – Esther – (che è una delle quattro figlie di Sophie) che assiste in un sequenza davvero molto toccante che lascia smarriti, alla morte della madre.
Morte dalla madre stessa decisa, suscitando inevitabili contrasti fra le figlie – ognuna delle quale crede di essere la prediletta, perché a ognuna di loro la madre ha fatto credere di essere a prescelta, in una specie di “divide et impera”, suscitando una competizione sotterranea.
Durante questi momenti così drammatici, Esther ripercorre come un film la vita di sua madre, una bellissima donna ebrea molto colta ed elegante. Nata ad Aleppo in una famiglia di ebrei siriani, in ambiente decisamente agiato. Studierà in Francia in un collegio di Versailles, per poi ritornare a casa in una fuga precipitosa al momento della caccia agli ebrei, subito dopo il regime di Vichy. Qui sposerà il delizioso Meurice e con lui, uomo di grande fascino e potere, abile negli affari e ricco di esperienza cosmopolita, arriverà nella Milano del dopoguerra, città che Sophie amerà moltissimo e dove si distinguerà per il suo anticonformismo di donna sofisticata e fortemente emancipata, che preferisce la Scala alla sinagoga. E dove si occuperà degli affari di famiglia “come un maschio”, essendo il marito molto sovente all’estero.
La guerra, i profughi, il boom economico, il bel mondo milanese, gli ebrei e la loro cultura, tutto è passato in rassegna con stile leggero e pieno di sfumature. Sophie diventa nonna e vedova e cambia profondamente, male accettando il decadimento della propria bellezza, ma non della sua indomita volontà. Da malata, deciderà la propria fine e la metterà in atto con fermezza e dignità, facendosi obbedire sino alla fine dalle quattro figlie. Questa, a grandi linee, la trama del libro, opera prima di Colette, sorella della celebre regista Andrèe Ruth Shammah, che governa il Pierlombardo, teatro milanese di grande spessore.
Forzatamente, data l’avidità che contraddistingue i lettori, ci si chiede quanto di autobiografico ci sia nel libro e risulta evidente che si tratti di un voluto e sapiente impasto fra realtà e fiction, nel pieno della Storia del Novecento: Esther scandaglia l’animo umano con una grande capacità di analisi e senza risparmiarsi tormenti, perché è lei la prescelta delle figlie “per cogliere la morte prima che ti cogliesse”. Un ruolo devastante per lei, che ha sempre anelato le effusioni della madre non troppo incline a farle. Così in queste pagine intense e umanissime compie questo viaggio a ritroso nella donna-madre che ha avuto questa vita rocambolesca proprio mentre in Europa si stava per scatenare l’orrenda epopea dell’Olocausto. Insomma Colette Shammah qui narra una storia di emancipazione ante litteram, in una perenne conquista di spazi di libertà solitamente esclusi alle donne del Medio Oriente in tempi durante i quali neppure ci si poteva immaginare qualcosa del genere.
E nell’ultima parte l’autrice compie un’acrobazia lessicale e narrativa, dando voce a ciascuna delle quattro figlie, procurandoci la sensazione di spiare dal buco della serratura una seduta collettiva di psicoanalisi, dove emerge senza alcun dubbio la strategia materna di fare credere a ciascuna delle sue figlie di essere la favorita, senza esclusione di colpi, in un continuo scontro di odio-amore, di conflitti familiari e di complicità temporanee e spesso rinnegate. La vita di una famiglia complicata, come tutte le famiglie. Eppure il legame con la madre è imprescindibile. Spesso è odiata ma mai disamata, forse troppo venerata e spesso oggetto di rancori indissolubili.
E alla fine Esther immagina che la madre entri a fare parte di questo “processo” e dica la sua, con la consueta autorevolezza, come se in un immaginario teatro dell’inconscio Sophie non cedesse a nessuno l’ultima parola, lei, donna leader incontrastata e icona di un istinto materno colmo di mille contraddizioni. Con una bella citazione più che autorevole, Oscar Wilde scrive che tutte le donne diventano le loro madri e questa è la loro tragedia. Gli uomini no, e questa é la loro tragedia. Il destino dei figli è quello di imparare a stare “in compagnia della tua assenza”. Il libro è una lettera d’amore alla madre, un’ode alla sua grandezza, un rimpianto cocente per non averla mai veramente conosciuta, perché troppo misteriosa, fredda e apparentemente frivola, come se queste fossero le armi segrete contro le brutture del mondo.
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