Guardate, non è semplice accingersi a scrivere una recensione e avere la sensazione di dire cose giuste. Sto parlando del “Colibrì” di Sandro Veronesi, libro chiacchieratissimo del momento. Il problema nasce dal fatto che, dopo avere letto la rapìta lenzuolata di Piperno sulla “ Lettura”, mi sono gettata famelica sul libro e ho avuto qualche porta sbattuta in faccia; dal decollo un po’ troppo lento e successivamente, facendo lo zapping fra i link delle recensioni, nelle parole di qualcuno che rimpiangeva addirittura i soldi sprecati per questo libro e di chi brontolava su quanto fosse difficile leggerlo per i continui salti temporali e un assemblaggio di racconto- lettere d’amore disperate o esaltate- cataloghi di tutti i mobili della casa genitoriale da disfare e via dicendo. Però.
C’è un però.
Sappiamo che lo stile di Veronesi è molto calato nell’attualità e che in questo periodo storico tale tipo di fusione di generi è percepita come sincera ed autentica. E inoltre, devo confessarlo perché è inevitabile, la fine mi ha sedotto. Ho visto una decina di anni fa il bellissimo film canadese “ Le invasioni barbariche” –niente a che fare con la Bignardi- e ne sono stata completamente sedotta, a tal punto da chiedere con una certa insistenza alle mie figlie che mi facessero il dono di trasformarlo nella “mia realtà”. Mi hanno mandato al diavolo, ma il desiderio è tuttora vigente. Capirete quando avrete finito il libro. E ora analizziamo il tutto.
Il dottor Marco Carrera, oculista, è il protagonista del romanzo. La sua vita è una sequela ininterrotta di drammi/tragedie -sfighe, insomma- non indifferenti, anche se – diciamolo – può capitare di peggio perché, come si dice oltralpe, a chaque jour sa peine. Tuttavia Marco è davvero un campionario esemplare, ma lui, come un colibrì col suo volo rapidissimo e ininterrotto, riesce sempre a stare in volo. Bambino deboluccio che cresce con massicci interventi ormonali, fratello di Irene una ragazza spiritosa e infelicissima che si suiciderà sfuggendo alla sua sorveglianza, marito poco innamorato di una moglie Marina, esageratamente incline alla depressione, innamorato perso di Laura – che gli dice una delle frasi fondamentali del libro e cioè “Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo”- una vicina che da quando Marco è un bambino ama perdutamente.
Una vicina presente e lontana al tempo stesso, nelle lettere traboccanti di amore o alternativamente di risentimenti. Ma Marco, in questa congerie di vicende sopravvive, il che non significa necessariamente fare una vita di serie B. Sopravvive in un contesto di personaggi di grande spessore, come i genitori, la figlia, la nipote, gli amici, uno psichiatra che con delicatezza si insinua nella sua vita.
Veronesi lo amiamo da tempo, e non meno di quanto lo ami Piperno, no? È un simpaticone fiorentino di bell’aspetto, con accento toscano e idee geniali. Laureato in architettura, ha scritto dozzine di romanzi e vinto tutti premi più importanti. Ma ciò che cattura nel racconto di Marco è, a mio avviso, la tenerezza infinita, la genialità delle sue piccole invenzioni lessicali, la scelta dei tempi e dei personaggi, oltre che l’amore che trabocca da ogni pagina del libro. Amore per la sorella, per la figlia, per la nipote, di cui non vi svelo le caratteristiche.
Ha un’enorme inventiva Sandro Veronesi e ce la sciorina senza risparmiarsi e spesso ci si trova a scoprire cose inedite e avvincenti. E soprattutto il fascino del libro sta nel suo personaggio che è la chiave di volta della vita di tutti gli altri e con compostezza ma anche con forza enorme ne governa i destini, pur sembrando esserne governato. I rapporti di Marco con ciascuno dei suoi familiari, incluso quel fratello scappato in America chissà perché- e lo scopriamo solo alla fine e ribaltiamo tutta la storia.
Come del resto sono ribaltati qui spazio e tempo con la leggerezza danzante del volo del colibrì. Potrebbe sembrare che lo scopo della storia sia di arrivare alla formazione dell’uomo nuovo nella figuretta formidabile della nipotina Miraijin, una bambina che sintetizza in sé razze diverse e capacità superiori, mentre in realtà è il sottofondo musicale dell’animo di Marco che avvince sino alla sua fine e questa non ve la racconto. Il libro è bello e propongo a quel lettore che recriminava sui soldi mal spesi per comprare il libro di risarcirlo di tasca mia, perché questo libro magico e suggestivo merita l’apologia di Piperno e merita che facciamo quella piccola fatica di lettori troppo pigri di saltare di palo in frasca.
Perché in fondo è la vita, no? Cosa va mai dritto per la sua strada nella vita? Non è un percorso a ostacoli, che si saltano con maggiore o minore energia? Se qualcuno pensa che sia una pista di sci di fondo, dovrebbe rivedere i propri principi primi. E leggere con grande concentrazione le mille piccole storie che intessano questo libro, le mille piccole scoperte che Sandro ci fa fare, dilatando uno sguardo carico di compassione, di autentica pietas sulla condizione umana, ma venate ininterrottamente da un’ironia sorprendente. Un libro intessuto di umanità che permette anche a noi di fare tra i dodici e gli ottanta battiti d’ali al secondo, come questo esemplare colibrì, che non aveva ancora mai fatto parte del bestiario della letteratura. Un vero equilibrismo spirituale tra il dolore e la forza di struggente palingenesi dell’esistenza.
PS. Sono stata fortunatissima perché proprio mentre scrivevo le ultime righe della recensione alle ore 12,45 del 4 dicembre è andata in onda la bella trasmissione su Rai Tre “Quante storie” garbatamente condotta ora da Giorgio Zanchini al posto di Augias e c’era Sandro Veronesi col suo Colibri. Un consiglio, andate su Raiplay e guardatevela. Vale davvero la pena.
Daniela Botti dice
Cara Paola, complimenti vivissimi per la tua bella recensione che condivido in pieno.
Credo non fosse facile recensire un testo così complesso e ricco di sfacettature, ma tu ci sei riuscita perfettamente, come al solito.
Grazie