Sono ancora trasognata. Ed esitante nel chiudere il libro, per non disconnettermi del tutto dal mondo che Olga Tokarczuk mi ha esibito nel magnifico testo “ I vagabondi ”. Resto ancora per qualche minuto in quella sorta di limbo in cui ho vissuto da alcuni giorni.
E pensare che ero stata così scettica nell’aprirlo, come sempre siamo quando viene assegnato un Nobel e, ignari forzatamente dei retroscena segreti, non sappiamo se un libro sia stato premiato per autentici meriti letterari e non piuttosto politici, come usano fare i giurati di Stoccolma.
All’inizio si procede con la massima cautela. È un libro, sì, ma anche un passe-partout per entrare dentro qualcosa che non ci è propriamente noto, che è di un’originalità assoluta, che descrive cose che non siamo abituati a leggere, molto proiettati come siamo su letterature che propongono sentieri conosciuti.
Non è un romanzo e neppure un saggio, è un mix di racconti di una lunghezza che varia da mezza pagina a trenta: ma in alcuni brani Olga ci parla a braccio della vita e dell’anima come fosse un’amica che cerca argomenti di comune accordo, argomenti sui quali tutti abbiamo riflettuto, per cui viene naturale replicare con un cenno di intesa. Ma lei è così diversa.
Ma chi è questa Olga di cui la maggior parte dei lettori ignora tutto, fatta salva una piccola nicchia di addetti ai lavori con specializzazione fanatica nelle letterature slave? Invece lei è celebre, di una celebrità che va oltre il mondo degli eruditi, ha ricevuto mille premi importanti, è l’esponente più prestigiosa della letteratura polacca.
Hanno paragonato il suo libro alla Wunderkammer, “quella stanza delle meraviglie dove i grandi ricchi assetati di sapere mettevano in mostra, senza un apparente ordine, oggetti strani, per creare stupore” e il paragone mi sembra davvero azzeccato perché restare sorpresi è la condizione spirituale che accompagna ogni istante della lettura.
Questo libro aveva già vinto il prestigiosissimo Man Booker International Prize, il più importante premio letterario dopo il Nobel. Olga vive a Breslavia, è molto bella, ha cinquantasette anni, ha studiato Psicologia a Varsavia ed ha praticato la psicoterapia come seguace di Jung per molti anni, prima di passare alla scrittura e il motivo per il quale le è stato assegnato il premio più alto della letteratura è “…per l’immaginazione narrativa che, con passione enciclopedica rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita” . Lo so, è difficile da capire, e del resto questo testo è sotto molti aspetti arduo, ma la bellezza delle sue parole fa superare ogni difficoltà e ti cattura completamente.
Olga è appassionata alla Scienza e nella Scienza ci fa entrare da una porta laterale, sedotta dalle sue meraviglie ma anche dai suoi orrori, imbucandosi in ragionamenti terribilmente attuali ma anche curiosando in appassionanti storie secentesche, facendo incursioni inimmaginabili agli albori dell’Illuminismo.
Originale in modo difficile da credere, ha costruito un libro sui viaggiatori, intendendo con questo termine ogni tipo di viaggio, dal fisico al metafisico, dicendo “ Lo scopo di ogni mio pellegrinaggio è un altro pellegrino”.
Ci sono delle pagine davvero indimenticabili e fra tutte vi segnalo due racconti che mi hanno incantato “ La zona di Dio” e “Kairos”, di cui non vi anticipo nulla perché l’esuberante immaginazione di Olga è difficile da ingabbiare in una piccola sintesi, anche perché il libro mescola stili diversi e generi imprevedibili, usando come denominatore comune soltanto il vagare dell’uomo nel mondo e nell’anima.
Uno degli argomenti che più convince è quello dell’appartenenza, delle radici, dell’attaccamento ai luoghi e ai territori in cui le vicende si svolgono, che sono prevalentemente Polonia, Germania e Repubblica Ceca, ma sembra probabile che siano piuttosto metafore dei nostri stessi vagabondaggi nella psiche, o per meglio dire, nell’anima.
Di certo la sua meravigliosa scrittura ci incanala verso un mondo molto diverso da quello occidentale al quale siamo abituati. Talvolta è così altamente poetica e ricca di significati da farci smarrire il senso del tempo e dello spazio. Lei stessa ha detto alla nostra radio, nella nota trasmissione “Fahrenheit” che “… Quando scrivo sono presa da una sorta di follia e di ossessione, cui cerco di dare ordine attraverso le parole”.
Ma il suo pregio eccezionale sta nell’intuizione con cui cerca di comprendere esseri umani e società, restando sulla linea di confine fra fiction e non-fiction in un equilibrio precario, che non propende per nessuna delle due. In queste centinaia di piccoli sublimi testi ci sono incursioni nel mondo magico del corpo umano, per cui lei pare avere un’infinita attrazione.
Ed è a questo punto che mi ha conquistata completamente, in quanto ho visto ben quattro volte, a Milano, a Parigi e a Salisburgo la mostra “Real Body” che tanto terrorizzava amiche, figlie e nipoti: sono andata tutta sola, in un ambiente quasi mistico, in cui attraverso un processo di “plastinazione” il corpo umano, privato della sua pelle, appare in tutta la sua miracolosa purezza, esibendo ogni organo, ogni arteria, ogni capillare, ogni muscolo che ne facciano parte. Anche Olga ha questa passione per il miracolo più grande che ci sia al mondo e che è l’involucro che ci portiamo addosso.
E’ un libro di grande poesia, un libro di quelli che ancora dovrebbero avere posto sul comodino, per consentirci di tanto in tanto di leggere quelle magiche invenzioni. Ora leggo che si stanno scatenando ricerche di somiglianze con Sebald, Dossi ed altri eruditi scrittori, ma a me sembra un “pezzo unico”, di quelli di cui raramente si viene in possesso. Dico possesso perché, come lei ha posseduto me, ora io posseggo lei, godendomi la sua cultura ma anche la sua ironia e la sua freschezza. “Un’anarchia piena di tesori” hanno detto e vorrei chiudere così, in modo un po’ ambiguo e misterioso, come è questo meraviglioso e indimenticabile libro.
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