Un libro davvero interessante, “I Goldbaum”, di Natasha Solomons, perché è lo specchio fedele della società benestante d’inizio Novecento, ma è, soprattutto, uno sguardo su quanto essere ebrei fosse un marchio, una tara che ci si portava dietro nonostante l’appartenenza a una famiglia potente e influente.
In realtà dietro questo nome si nasconde quello dei Rothschid, e l’autrice – inglese del Dorset- dichiara di averci messo quasi dieci anni per raccogliere materiale storico e testimonianze della loro storia e che la sua famiglia non ne poteva davvero più della febbre che la consumava nello scrivere questa vicenda così ampia, ricca di eventi e sfaccettature.
Il titolo originale è “The House of Gold”, e alludeva alla fama che la casa dei Goldbaum aveva di essere fatta d’oro, mentre era un grande edificio di pietra chiara- la più bella dell’Austria- sulla Heugasse. Ma va aggiunto che la pietra veniva trasportata a Vienna con un treno di proprietà della compagnia ferroviaria Goldbaum, che esisteva grazie a un prestito della banca Goldbaum, che foraggiava abbondantemente anche l’imperatore dell’immenso impero austrungarico.
Si diceva che la famiglia fosse così potente da noleggiare il sole se mancava. Il grande rispetto, l’ammirazione sconfinata e le file di mendicanti davanti alle loro cucine durante le cene sontuose che vi avvenivano nascondevano odio e invidia: persino da quell’imperatore che grazie al loro denaro poteva ammassare truppe, perché la banca possedeva il suo debito.
Una banca che era la vera fonte della ricchezza e che aveva sedi a Vienna, a Parigi, a Londra e a Berlino. Se di fatto i Goldbaum erano tutti banchieri, le donne Goldbaum sposavano solo Goldbaum e sfornavano piccoli Goldbaum. Il clan non si considerava solo una dinastia di banchieri, ma anche di collezionisti, giacché i Goldbaum amavano collezionare la bellezza grazie a dipinti celebri, preziosi gioielli, mobili antichi di squisita fattura e non solo.
A questo punto della storia, quando abbiamo capito l’immensa potenza di questa famiglia, entra in scena Greta. E improvvisamente il libro si trasforma in un’appassionata storia d’amore. Greta era una ribelle tanto quanto suo fratello Otto era una persona prudente e razionale: fin da bambini i due avevano un legame potentissimo che non s’interromperà mai.
La pur testarda e intraprendente Greta non si sottrae alla tradizione né sfugge al ricchissimo matrimonio con i Goldbaum di Londra, nella persona del cugino Albert ed è costretta a lasciare la sua adorata Vienna per andare vivere a Londra. Per lei fu un po’ come morire. Era il 1911 e cosa poteva succedere nel suo animo nel momento in cui di lì a tre anni sarebbe stata sul fronte opposto della sua amata famiglia? La Grande Guerra avrebbe spazzato via l’impero che regnava da duecento anni.
Non è che Greta vada a vivere in un tugurio, abbandonando la sua casa d’oro.
La tenuta di Temple Court di Albert e suoceri è forse anche meglio, sebbene se vi domini una rigida etichetta che fa sentire la vibrante fanciulla, piena di grilli per la testa, in una gabbia dorata. Le sue energie represse troveranno sfogo nel giardinaggio – un centinaio di acri donati dalla suocera- e anche in un continuo gioco del gatto col topo col marito col quale per anni non avrà rapporti sessuali per via di un bisticcio iniziale in cui era stato giocato un orgoglioso braccio di ferro fra i due sposi. Ma la Storia incombe sulla famiglia, di cui i vari figli si troveranno a confliggere su fronti nemici
.
Il doppio binario delle vicende storiche e di quelle della famiglia ci danno un quadro di grande e drammatico respiro sulle innumerevoli implicazioni psicologiche che li caratterizzano. La storia d’amore di Greta ed Albert diventa ad un certo momento forte e struggente, perché la narrazione s’inserisce a vari livelli nelle vicende belliche sui opposti fronti, con terribili vicissitudini sia per Otto che per Albert.
Personaggi a tutto tondo, di grande spessore: da un lato, amore pieno di tenerezze e di scherzi, dall’altro brutali situazioni belliche che ci danno un metro sempre più ampio di quanto la Prima Guerra sia stata una carneficina totalmente disumana. L’amore e l’attesa, la vita e la morte, l’eroismo e il senso del dovere si aggrovigliano in un tortuoso intreccio cui neppure tutto l’oro dei Goldbaum può porre rimedio o trovare soluzione.
Otto anni di storia che narrano la vita e gli amori della famiglia più potente d’Europa, solitamente abituata ad agire con somma discrezione dietro le quinte, mentre durante la guerra pagheranno come tutti col loro sangue. Sofisticato ed acuto l’approfondimento dell’identità ebraica all’inizio del Ventesimo Secolo ed il ruolo dai Goldbaum avuto sulla storia bancaria del mondo. Un romanzo a tutto tondo. Una storia bella e commovente, quando non istruttiva. Da leggere.
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