Confesso che in geografia sono un po’ scarsina: così io dell’Islanda avevo un concetto molto vago.
Immaginavo un’isolotto su al Nord, sperduto fra i ghiacci. Una rapida perlustrazione in rete mi ha accecato di bellezza davanti a una serie di aurore boreali da lasciare senza fiato. Mi sono messa nei panni di un islandese che vive su terreno brullo, fra vulcani, terremoti e tsunami. Sarà diverso da noi latini? mi sono chiesta. Un libro toccante e sensibilissimo mi ha fatto una volta di più capire che l’animo umano non conosce né paralleli né meridiani.
Si tratta di Hotel Silence e chi l’ha scritto ha un nome impronunciabile: Audur Ava Olafsdottir. L’io narrante è un uomo e l’introspezione psicologica è talmente profonda che quando, alla fine, questo nome di Audur si è rivelato essere quello di una donna, ho davvero apprezzato l’inaudita capacità di certi scrittori di sapere calare lo scandaglio così bene nell’animo di genere diverso dal proprio.
Jonas, il protagonista, ha appena subito una randellata di quelle che la vita si diverte a darti, accanendosi con perfidia. La moglie lo pianta di punto in bianco, per di più confessandogli che l’amatissima figlia diciottenne, che Jonas ha cresciuto spiritosamente e amorosamente, non è sua. C’è di che mettere a terra Rambo. E infatti Jonas, che vive in Islanda e ha una fabbrichetta per restaurare gli oggetti, a terra ci cade. Si fa prestare un fucile da un vicino, si avventura nella brughiera ma, quando sta per mettere in atto la sua fine, qualcosa scatta in lui. Il motivo subconscio però è che non vuole fare trovare il suo cadavere scempiato alla figlia.
Decide diversamente, in base alle misteriose e tortuose peripezie dell’animo umano, e parte per un paese di cui non si fa mai il nome, nel quale c’è stata una feroce e dilaniante guerra civile, che suppongo sia la Bosnia, senza averne la certezza. Parte armato solo del suo trapano e arriva in un misterioso Hotel Silence, una specie di cattedrale nel deserto, dove ci sono solo due altri ospiti, piuttosto bizzarri e inquietanti. Il paese è distrutto, si vive fra macerie, mine antiuomo non dissepolte, persone vaganti come fantasmi molto spesso mutilate: laddove ferveva la vita, ora il disorientamento totale la fa da padrone. Ma forse è solo apparenza. Jonas tira fuori il suo trapano e rimette in sesto prima una finestra poi una porta poi un cassetto, sollecitato dai giovanissimi fratello e sorella padroni dell’albergo. La voce gira.
Poco a poco tutti vogliono che Jonas aggiusti le proprie macerie e lui lo fa, lasciando che di giorno in giorno, di fronte alle terribili cose che vede, il suo progetto autodistruttivo lentissimamente si dissolva. Quello che succede dopo non ve lo voglio dire. Vi dirò soltanto che per me è il libro dell’anno. Ironico, sensibile, divertente, drammatico e tragico. Di un’arguzia sottile. Di un’intelligenza somma. Tanto che immediatamente sul mio amato kindle ho comprato tutti i libri dell’autrice. Un inno alla pace e alla vita. Un’autrice veramente speciale, che vive in quel paese dalle incantevoli e struggenti aurore boreali, che è direttrice del Museo dell’Università d’Islanda, la cui capitale Reykjavik – l’ho vista in rete e ora lo so! – è poco più di un paesello con quattro case rosse e gialle.
Questo libro ha vinto il premio di Libro dell’Anno dei librai islandesi. Che saranno magari quattro gatti, che vivranno in preda ai tumulti di una natura selvaggia, ma che hanno premiato un’autrice che si diletta a dimostrare che per l’animo umano non ci sono né meridiani né paralleli.
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