Prepariamoci! Il 30 ottobre Rai Uno fa partire la prima delle quattro puntate dell’Amica geniale.
Senza imbarcarmi in pedanti ricostruzioni di chi sia veramente Elena Ferrante, mi basta ciò che scrive, talvolta liquidato con alterigia come libro da donne. E’ possibile che chi usa termini del genere appartenga a qualche conventicola di maschi vecchi e frustrati, che di recente non ha consultato le indagini Istat sul fatto che le donne sono il 64% della popolazione universitaria e su cifre del genere s’impenna anche la statistica delle lettrici di libri, delle frequentatrici di cinema e di teatri. Dunque che si cuciano la bocca e buttino via le forbici.
Quello della Ferrante è un successo planetario. Ho visto personalmente muri di copie a Parigi- col titolo L’amie prodigeuse, e a Londra, col titolo The brilliant friend e so che oltreoceano le cose sono andate ancora meglio. Insomma, come libro da donne non sembra affatto male. Noi sappiamo scegliere.
Ho letto assolutamente tutto di questa donna e potrei scrivervi sopra una tesi. Quando dico tutto intendo proprio tutto: anche La frantumaglia in cui Elena Ferrante si fa interprete dei suoi stessi romanzi, sviscerando i temi principali della sua poetica. Riflessioni sul proprio stile, scambio intenso di lettere con i suoi editori, alcune interviste rilasciate a vari giornali. Insomma il backstage dei suoi libri. Fra cui, lasciando da parte la celeberrima tetralogia, voglio parlare de La figlia oscura che mi ha particolarmente commosso, forse il testo meno conosciuto perché non ha avuto il felice effetto trainante dei due film su I giorni dell’abbandono e L’amore molesto.
È estate, Leda è una docente d’inglese, che prende in affitto una casa al mare. Le figlie Bianca e Marta hanno raggiunto il padre in Canada per completare gli studi. Leda è sollevata dall’allontanarsi dalle figlie per dedicarsi alla sua vacanza.
I primi giorni trascorrono leggeri tra bagni, sole e la preparazione del corso universitario. Ma presto questa tranquillità è interrotta da un chiassoso gruppo di napoletani. Anche Leda è napoletana, ma in tutta la sua vita ha tentato di cancellare dalla sua pelle il folclore, i gesti, l’accento delle sue origini. Tra questi spiccano come figura stonate, Nina ed Elena, una giovane madre con la sua piccola figlia.
Sono figure esili: Nina risplende nel suo costume intero, Elena gioca con la sua bambola e richiede le continue attenzioni materne. Leda si accorge di questo morboso rapporto e ne viene attratta.
Anche Nina è affascinata da Leda: una donna colta, piacevole nei modi e nell’aspetto. Dal quel momento le vacanze sono una continua ricerca l’una dell’altra.
La vicenda prende il decollo in seguito alla scomparsa di Elena e la sua bambola. Elena viene poi ritrovata a piagnucolare sulla spiaggia, ma del giocattolo non vi è alcuna traccia. La piccola non si dà pace e il gruppo dei napoletani utilizza tutti i mezzi possibili per trovare la bambola, come testimone lucente di una maternità serena. Al ritorno dal mare, Leda scopre nella sua sacca la bambola di Elena: ha avuto quel momento opaco che la trascinerà verso il ricordo della propria maternità.
Da questo momento la vicenda si gioca sull’equivoco, sul depistaggio, del continuo rimandare la consegna del giocattolo.
Nel frattempo Nina, che le sembrava una donna esemplare, mostra la sua vera natura, le debolezze e la freschezza della sua età nella relazione con Gino, il bagnino. Ed è la stessa Leda a coprire la relazione, fino a quando tutti i tasselli della storia si rimetteranno in moto.
Di primo acchito i personaggi potrebbero risultare antipatici e stridenti, ma c’è in loro una forza assoluta.
Il furto della bambola è il simbolo di quella dedizione che Leda non ha avuto per le figlie. Le ha lasciate in cura al padre per raggiungere gli obiettivi che non aveva realizzato da giovane. Gli studi accademici la porteranno a Londra per tre anni, durante i quali non sentirà la mancanza delle bambine. Inoltre, il gioco è anche l’inconscio tentativo di recuperare una parte della propria infanzia: Leda aveva una bambola di nome Mina donata alla figlia Bianca che l’ha ridotta in condizioni pietose con grande dispiacere della madre.
Non c’è commiserazione per non aver svolto il proprio dovere di madre, anzi è l’esperienza di madre viene rappresentata in tutta la sua realtà: il senso di colpa deriva soprattutto dall’incapacità di attuare i propri desideri.
Nina e Leda in fondo sono la stessa persona.
La ragazza in apparenza sembra voler affermare un’idea tradizionale di maternità, ma alla fine si scoprirà simile a Leda: ha l’obiettivo di scappare dal soffocamento familiare per affermare sé stessa e ritrova in Leda l’incarnazione delle celate ambizioni. Come potete notare ci sono in nuce molti elementi dell’Amica geniale.
La terza opera dell’autrice napoletana è stata una vera scoperta. Ben costruita, la storia procede con una certa tensione che si scioglie solo nel finale: “Sono morta, ma sto bene”, dice Leda quando la telefonata delle figlie le farà prendere coscienza dell’accaduto.
Come si fa a non amare Elena Ferrante? La sua scrittura è potente, raffinata e limpida. S’immerge nella quotidianità e la racconta con un respiro totale, indaga ogni sentimento e ne fa risplendere tutta la psicologia dell’agire umano.
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