Terra e cielo, divorati da Giordano. Un amore nato ora.
Confesso che non ho mai veramente amato Paolo Giordano, nonostante la clamorosa accoppiata con cui ha esordito, beccandosi Strega e Campiello nel 2008.
Ho sempre avuto la sensazione che i suoi libri fossero freddi e immaturi. Così l’avevo accantonato, sebbene mi fossi resa conto che questa fosse la sua grande annata. Elzeviri a gogo sul Corriere, lenzuolate sulla Lettura, ottima pièce al Piccolo Fine pena:ora. E via dicendo.
Sì, è la sua annata. Ma è la sua annata perché è maturato o è maturato perché è la sua annata? Sì, ho capito che Giordano è diventato grande. L’ho capito leggendo Divorare il cielo, uscito in queste settimane.
E’ una di quelle storie articolate fra nostalgia e delusione sull’adolescenza di tre ragazzi, Tommaso e Bern, affidatari alla famiglia di Cesare e Floriana, che sono genitori di Nicola. Sono tre sciamannati, tenuti malapena a bada dal carisma di Cesare, a metà strada fra guru e santone, leggermente irritante e sempre pronto a tirar fuori la Bibbia, con la sua saggia moglie Floriana.
L’io narrante è Teresa che invece è la ricca figlia del proprietario di una villa confinante con la masseria in cui vivono i tre ragazzi, che segretamente la notte si tuffano nella piscina di Teresa. Siamo a Speziale nell’entroterra pugliese, molto bucolico, molto mistico.
E’ di Bern che Teresa poco a poco s’innamora, mentre è l’albino Tommaso che invano e segretamente l’ama. Sono accesi da un vero fuoco sacro, specie Bern, che vuole divorare tutto, sino al cielo. Un personaggio magnetico, di quelli che trascinano nella propria scia gli altri, anche se non vogliono, un personaggio dalle passioni assolute, che Teresa ama desidera e tutta la vita. Non appena terminati gli studi nella nativa Torino, torna al paesello, avida di ritrovare i tre, avida di condividere quelle passioni alla scoperta del sesso e del mondo intero.
E frugano, frugano dovunque, in terra e cielo. Teresa s’innamora: è l’antica meraviglia di una storia epica, dove nella noia mortale della polverosa calura estiva i sentimenti si attizzano e scatenano battaglie interiori ed esteriori. Qui si parla persino di reincarnazione, fra gente che non va a scuola, ma sa molte cose, ragazzi che bramano la vita e tutto ciò che ancora non hanno e che forse mai avranno.
Per Teresa la masseria è il paradiso: mentre l’inquietudine di Bern si scatena, loro quattro coltivano la terra, curano gli ulivi, sgusciano le mandorle: le stagioni e i loro corpi maturano, cambiano completamente le sorti dei quattro ragazzi. Se Teresa è l’io narrante per un’abbondante prima parte, sarà poi Tommaso, quando loro sono già uomo e donna, a ripercorrere i retroscena segreti della loro infanzia. E a cambiare le carte in tavola.
Tommaso il diverso, l’albino, pallido come un morto, che rivela in una notte di terribile ubriacatura a Torino le dinamiche dei tre ragazzi, le segrete passioni, i pensieri più nascosti. Adagio adagio Teresa, quando Bern la tradirà, lascia la Puglia, colma di dolore e delusione, ma sarà poi la sola a custodirne la memoria, mentre le vite dei tre ragazzi s’ingolfano in inaspettate situazioni. L’atmosfera campestre comunica autenticamente calura, sudore, umidità, profumi, sapori, le palme divorate dall’interno dal malefico insetto, così come i loro corpi che crescono e perdono l’originaria ma ambigua innocenza.
Non voglio dire di più. Il libro è molto molto denso e mi ha fatto cambiare completamente opinione sul giovane Paolo. Di cui, non lo nego, c’erano i prodromi perché diventasse grande, ma non l’avevo intuito ancora. Un grande scrittore, che ora ci dona la sua opera migliore, con una serie di personaggi a tutto tondo. Il fil rouge non è certo l’allegria, ma piuttosto una sottile tristezza esistenziale che s’insinua e si carica di antichi risentimenti generazionali, di delusioni cocenti.
Chissà cosa ne penserebbero i suoi illustri progenitori della celebre scuola di Torino, del celeberrimo gruppo Einaudi – Ginzburg, Pavese, Calvino-, nello scoprire che a distanza di settant’anni , in un contesto letterario così diverso e degradato, appaia un nipotino degno di loro. Bravo Paolo. Sei veramente cresciuto.
Sasà dice
Bella completa e stuzzicante la tua recensione.
Non conosco questo autore però conosco bene i tre nonni che tu hai citato Ginzburg Pavese Calvino , perché appartengono a un periodo in cui ancora leggevo.
Però non capisco il nesso fra nonno e nipotino Qual è il legame Me lo vuoi spiegare Ciao Un abbraccio