Una piccola, vecchia signora scende dal taxi davanti all’Eliseo e il tassista, un po’ stupito, l’aiuta a mettersi sulla sua sedia a rotelle, subito sostenuto da una guardia in alta uniforme del palazzo presidenziale, che la spinge sino ai saloni d’ingresso.
E’ una serata importante, c’è Sarkozy e c’è il Papa, e la piccola signora è la più famosa ginecologa irachena, che alla fine ha gettato la spugna e ha chiesto asilo politico in Francia. Perché, come milioni di altri cittadini dell’ex bellissimo e colto Iraq, anche i suoi figli sono dispersi per il mondo.
Il titolo originale di “Dispersi” è “Tashari”, che vuol dire fucile da caccia che spara proiettili in tutte le direzioni e rende bene l’idea di cosa significhi essere dispersi. Si apre dunque con questa toccante scena il delicato e sofferto romanzo di Inaan Kachachi, che è stata premio nel 2016 della Letteratura araba a Parigi.
Il tassista che ha prelevato la protagonista da un condominio di immigrati non sa che si tratta di Wardiya Iskandar, una ginecologa ottantenne che si è impegnata strenuamente nel proprio lavoro, e ora chiede alla Francia lo statuto di rifugiata e attende il visto per raggiungere la figlia maggiore in Canada. Così, con voci alternate, si snoda la vicenda di questo straordinario personaggio, dagli studi di medicina al primo incarico in un angolo sperduto del Paese, a Diwaniya, dove tutti gli ostacoli possibili si frappongono alla creazione di quello che diventerà un bel reparto di medicina e ginecologia diretto da Wardiwa, che ha fatto nascere migliaia di bambini, probabilmente destinati al macello delle prossime guerre.
Superando la diffidenza e lo scetticismo e guadagnandosi la fiducia di tutte le donne della comunità, che prima venivano portate in ospedale a partorire soltanto in punto di morte e che invece ora possono fare figli in un ambiente asettico. Poi il matrimonio con un amatissimo medico, tre figli, il trasferimento nella Capitale, che si sta imbarbarendo: Hinda, la maggiore, anche lei medico come la madre, scappa a Toronto e si accontenta di lavorare in una riserva indiana. Barraq, ingegnere, va in missione ad Haiti e Yasmine a Dubai, con un matrimonio combinato allo scopo di lasciare il paese. Il libro compie un’asciutta e sobria panoramica sulla vita delle persone costrette a reinventarsi l’esistenza con lo scoppio di una guerra, in uno stile scarno ma appassionato.
L’autrice è nata a Baghdad negli anni Cinquanta, si è laureata in giornalismo e ha lavorato per molte testate e radio irachene, poi si è trasferita a Parigi e ha preso un dottorato in Storia del giornalismo, e quindi sa cosa vuol dire provare una lacerante nostalgia per una patria tormentata dai venti di guerra: perciò descrive con profonda sensibilità l’evolversi dell’Iraq, da giovane Repubblica colma di promesse e poi ostaggio di tanti colpi di stato per finire nella trappola degli opposti colonialismi e in una serie di guerre devastanti.
Dopo avere resistito sino all’ultimo anche a Wardiya toccherà prendere la via dell’esilio e diventerà l’ultimo tassello di una famiglia di dispersi, avendo concluso una lotta cominciata decenni prima quando, giovane e timida, lascia la famiglia e affronta le incognite della sua professione. Di sicuro lei era la prima dottoressa mai sbarcata col treno in un paesino sperduto e conservatore sino all’osso, in anni in cui le donne medico nel suo paese si potevano contare sulle dita.
Ora, in Francia, ospitata dal un Paese straniero, entra a fare parte della comunità malinconica e nostalgica dei rifugiati della diaspora irachena, di un Paese colto ed elegante, erede di una lingua ed una civiltà plasmata nel corso dei secoli: questo è un romanzo storico, intriso di verità e tenerezza, dove la protagonista è una donna che lotta, simpatica ed intraprendente, vissuta in un Paese prima che diventasse il produttore dell’80% del petrolio esportato in mezzo mondo.
Petrolio che parte del porto di Bassora, che un tempo veniva chiamata “la Venezia del Medio Oriente” per la sua architettura e i tanti canali che la percorrono ed ora è un muro di container. Libro interessante, che ci fa scoprire una verità molto credibile, dopo tutte le menzogne che ci sono state propinate sull’Iraq.
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