Un titolo che è tutto un programma. Del film in circolazione in questi giorni purtroppo ho visto solo il trailer, ma le scene sono abbastanza esplicite per farmi capire che si tratta della versione al femminile del bellissimo libro di Andrè Aciman “Chiamami col tuo nome”.
Spulciando il backstage, ho scoperto che è stato tratto dall’omonimo libro di Naomi Alderman, dal quale Rachel Weisz, totalmente rapita, si è affrettata a comprare i diritti – e infatti ne è la produttrice oltre che la magnifica protagonista con Rachel Mc Adams- e ha convinto il premio Oscar cileno Sebastian Lelio, – autore di “La donna fantastica” e “Gloria”- a dirigerlo. Cosicché ho preso il libro, che mi ha avvinto completamente.
Perché, sebbene abbia l’impressione che il testo sia molto più casto del film, la vicenda che narra è totalmente appassionante. Si inizia dalla morte di un venerato rabbino a Londra, (nel quartiere di Hendon, che è una vera e propria enclave di ortodossia ebraica) la cui figlia Ronit era stata spedita dal padre a New York senza troppi complimenti. Ronit è la disobbediente, la ribelle per natura, cresciuta all’ombra di un universo claustrofobico tutto concentrato sul Shabbat, le sue regole ferree e il “Lashon hara” , cioè il temutissimo ma ampiamente praticato peccato della maldicenza.
Ronit è consulente finanziaria a Manhattan, vive una vita libera, ironica e trasgressiva, non priva di molte incursioni nei ricordi e nei retaggi della sua educazione e delle tradizioni con cui è stata severamente elevata. La morte del padre la costringe al ritorno. Ma ogni ribellione sociale e culturale, persino religiosa, non può che essere un equilibrio tra tradizione e innovazione, tra rifiuto del superfluo e mantenimento delle proprie radici. Infatti Ronit sa che ritroverà oltre che le proprie radici anche la giovane Esti, suo primo amore adolescenziale che non ha mai smesso di aspettare il suo ritorno, che ci ha creduto ciecamente e che ha mantenuto intatta la sua adorazione per lei, al contrario di Ronit che per le vie del mondo ha scoperto altri amori.
Quello che non sa è che Esti abbia sposato suo cugino Dovid, destinato a sostituire suo padre come rabbino. Ossessionata dal volersi riappropriare a tutti i costi dei candelabri materni, Ronit passa quei giorni roventi fra la propria vecchia casa debordante di ricordi dolorosi ma anche dolcissimi, soprattutto di una specie di tana segreta sotto un cespuglio di ortensie che aveva visto sbocciare il suo amore per la ragazza, e la casa di Dovid ed Esti. Così scatena nella comunità uno scandalo tumultuoso in cui lei si inventa cose sempre più indecenti per dare esca alle malelingue. Ne scaturiscono paradossi esilaranti, mentre Lelio accentua il discorso erotico e sessuale ma allo stesso tempo mantiene vivo l’umorismo del personaggio di Ronit.
La verve dell’esiliata che si permette una continua irriverenza nei confronti dei riti e della rigida osservanza alle regole della comunità e sottolinea le profonde differenze fra l’ebraismo newyorchese e quello inglese ortodosso. Lei provoca di continuo con i suoi capelli corti e i suoi pantaloni, che mettono a soqquadro la vita delle donne rasate sotto la parrucca e coperte di abiti castigatissimi. L’ardore e l’irriverenza di Ronit ha gioco facile nel riaccendere la mai sopita passione fra le due giovani donne, che viene enormemente temuta dai notabili della comunità: infatti essi avendo ormai deciso di eleggere Dovid come Rav non possono tollerare che il nome di sua moglie sia infangato da un peccato contronatura, che va contro ogni dogma religioso.
Pare che nel film le scene di sesso siano molto più ardite, mentre nel libro tutto è sotto le righe, ma sufficientemente intenso per comunicare l’impeto della passione. I sentimenti sono potentissimi e coinvolgenti, almeno tanto quanto la ribellione alla religione da parte di Ronit. Figlia lei stessa di un rabbino londinese, Naomi Alderman con questo suo romanzo pubblicato per la prima volta in Italia nel 2007 ha conquistato il pubblico, la critica e i prestigiosi premi Orange Award for New Writers 2006 e Sunday Times Young Writer of the Year Award 2007.
Il libro è davvero molto bello, vuoi per l’interesse che suscita questa comunità della modernissima Londra, con i suoi riti inderogabili che sembrano trasportati di sana pianta da uno shtetl polacco del secolo scorso e sia per la delicatezza dei sentimenti e della passione ribelle.
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