Tra il titolo e il nome dell’autrice, ho creduto davvero all’inizio di potermi posizionare fra il Tigri e l’Eufrate.
Invece Yasmine Reza è una celebre drammaturga e scrittrice francese, figlia di un ingegnere iraniano e di una violinista ungherese, attrice e sceneggiatrice molto nota, prima di accaparrarsi una montagna di premi con la pièce “Art”. Suo è anche “ Il Dio del massacro” , da cui Roman Polansky ha tratto il film “Carnage”. Insomma ero solo io a non avere mai letto qualcosa di suo, ma mi sono rifatta la bocca con l’ultimo ”Babilonia”, dal cui titolo sono stata calamitata. Un libro deliziosamente crudele almeno quanto divertente, se non fosse stata una punta di cinismo a ispirarmi: infatti Yasmine si diverte a fare a pezzi l’egoismo e l’ipocrisia che s’intrecciano nei rapporti d’amicizia.
Nella storia, con un innegabile retrogusto di surrealtà dal divertito al nevrotico, dall’aggressivo al consolatorio, si narra di una donna qualunque dal nome Elisabeth, che ha una rispettabile posizione all’Istituto Pasteur, un marito proprio fico, due figli “normali”: vive in un posto qualunque della periferia parigina e, in una notte di primavera, decide di dare una festa, invitando un po’ di parenti e amici, oltre a una singolare coppia di inquilini del suo palazzo borghesuccio, per il cui marito ha una generica simpatia e solidarietà, visto che quest’uomo bruttino per non dire un pelino disgustoso, è molto solo e sembra molto infelice.
Jean-Lino Manoscrivi, degno di essere una comparsa felliniana, arriva con la moglie, poi arrivano anche gli amici e la festa comincia. Si sono tirate fuori dalla cantina sedie supplementari e sono state comprate flutes da champagne di plastica in numero davvero sconsiderato. Dopo un’esitante conversazione fra i presenti, resa insipida dal fatto di non avere nulla in comune, l’atmosfera si scalda e Jean-Lino prende benevolmente in giro la moglie che potremmo definire una Verde convinta, di quel tipo che per prima cosa appena t’incontra ti parla dell’impoverimento del pianeta e degli OGM. Una piccola esibizione, che lui pagherà cara perché non appena a casa la moglie lo coprirà d’insulti e lui, accecato dall’ira per il fatto che abbia dato un calcio al suo amatissimo gatto, la fa fuori.
Non preoccupatevi, non è che l’abbozzo della trama, sono solo le prime venti pagine del libro, non vi rivelo nulla d’essenziale. Perché tutto deve ancora accadere, Jean-Lino deve precipitarsi da Elisabeth e marito, deve coinvolgerla in un fatto criminoso perlomeno idiota, di cui Yasmine con la consueta maestria tira le fila, virando dal comico al tragico, costruendo quello che solo con un piccolo sforzo potrebbe sembrare un grottesco “vaudeville”, un beffardo teatrino delle crudeltà. Per dirla con parole sue “… Non diversamente dagli Ebrei che, sulle rive dei fiumi di Babilonia, sedevano e piangevano al ricordo di Sion” .
Infatti ciascuno dei personaggi è come se fosse immerso in un suo personale esilio: Reza è un’autrice controcorrente, che non si prende per nulla sul serio, ha paura di deludere, non vuole ammettere di stare facendo una denuncia di scadimento dei valori perché sarebbe troppo banale e comune, ma intanto dissacra e dissacra e dissacra.
La sua visione del mondo si dilata da una sorta di piedistallo, da dove guarda e sorride, ironizza ma non giudica, sussurra appena alcune verità, poiché pensa che lo scrittore sia piuttosto un fotografo che registra il mondo ma non ha risposte, “semplicemente perché è troppo soggettivo e quindi è in malafede, non ragionevole, non logico, un po’ fanatico e bizzarro”.
In fuga dal generalizzato buonismo, Yasmine non vuole però essere definita sarcastica, cosa che c’è invece senza dubbio nelle sue variazioni sul tema della coppia e della natura umana. Lei ama la clandestinità, ritira premi ma se la svigna in fretta senza rilasciare dichiarazioni, non va in televisione, non ha profili FB o Twitter. La sua Elisabeth si ritroverà a fare cose straordinarie per il suo vicino di casa, senza minimamente riflettere sulle possibili conseguenze. Il tutto, solo per amicizia, che secondo Yasmine è comunque la chiave di volta dell’esistenza.
“Babilonia” sembra un giallo, ma non lo è. I francesi usano il termine “polar”, per indicare il genere poliziesco più noir. Basta così poco per arrivare a un omicidio e Yasmine ne è convinta perché la vita ordinaria contiene tragedie “ in nuce”.
L’ultima sua intervista si conclude con questa frase, con la quale chiuderemo anche noi: “ Sono in quel momento squisito della vita in cui tutto è possibile e nulla è obbligatorio”.
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