Ho pensato: dopo tanti ponderosi tomi che mi sono iniettata in questi mesi estivi con coraggio indomito, mi voglio sparare in vena qualcosa di light, di veramente light. E cosi ho fatto. Perché il libro “Volevo essere una vedova” di Chiara Moscardelli, per essere light, è molto molto light. Mi pare che si possa definire la nostra Bridget Jones – anche se odio gli stereotipi- una Bridget Jones soltanto un pochino più fessa.
Estendiamo il concetto: per esempio non capisco come, ben sapendo che si tratta di un testo autobiografico, una donna di 45 anni, che ha un prestigioso lavoro in case editrici che cambia come i vestiti -beata lei- tanti amici veri, parecchi soldi, una casa e via dicendo possa sdilinquirsi ancora dietro alla ricerca del “principe azzurro” e finisca in mano di alcuni maschi da vero manuale di Lombroso, con una inquietante coazione a ripetere.
Non dico che un paio di sorrisi non me li abbia strappati, ma da qui a definire l’autrice una delle nostre più grandi scrittrici comiche il passo è lungo. Capisco che il libro abbia delle fan, perché è dedicato alle 45enni. Alle 45enni sfigate. Alle 45enni irrisolte e timide. Alle 45enni che proprio non accettano di restare single, di presentarsi in società – come si usa dire per bon ton- senza un maschio a proteggere dai cattivi, a guardare le spalle, a scostare la sedia quando si alzano, ad aprire lo sportello della macchina quando scendono. Alle 45enni che hanno la tendenza a ingrassare, alle 45enni che entrano precocemente in menopausa – è successo anche a me senza danni apparenti, né traumi che richiedessero il costoso intervento di uno psicoanalista- alle 45enni che tentano di resistere molto poco e si fanno scendiletto di qualsiasi imbecille di maschio.
È per questa ragione che il target è vasto, si sa, e le fan – seppure non in misura di quelle di Moccia- possano essere tante anche se non mettono lucchetti sui ponti.
La storia è breve ed è il seguito di “ Volevo essere una gatta morta” : narra di questa donna che passa di insuccesso in insuccesso sentimentale, mentre su tutti gli altri fronti ha una fortuna sfacciata. Il momento più grazioso – anche se inquietante- è quando la protagonista s’inventa fulmineamente di essere vedova e vede cambiare completamente l’atteggiamento delle persone che incontra, così ficcanaso da volere sapere a tutti i costi perché non sia sposata e non abbia figli.
Io amo l’amore e non avrei potuto viverne senza, soprattutto l’amore che ho dato, ancora di più di quello che ho avuto. Credo che innamorarsi sia la droga più esaltante che ci sia, lo stato di grazia assoluto che include il tormento estatico del desiderio. E credevo davvero che oggi non potessero più esistere esemplari femminili del genere. Invece è possibile che mi sbagli, è probabile che non bastino tre o quattro fallimenti a impedirti di continuare a tentare, dimenticando che la via regia sia quella di non fare nulla e che prima o poi, se non trovi l’amore, sia l’amore a trovare te, se è nel tuo destino.
Comunque, amiche mie. Ho letto con compunzione le diciotto pagine di ringraziamenti della Moscardelli, che praticamente oltre ad amici e parenti, includono tutti i maggiori esponenti dell’editoria italiana e penso che un aiutino nel fare prediligere i suoi libri, possa anche essere il fatto che è una del mestiere. Buon per lei, è solo l’invidia che mi inquina.
Ma ho anche deciso di tornare di filato ai miei tomi ponderosi, perché queste cose così light rischiano di farmi uscire dalla tangente terrestre. Quindi voglio libri dark, assolutamente dark, da consumare senza freno. Alla prossima, con qualcosa di dark!
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