Sostanzialmente Ayelet Gundar-Goshen nel suo nuovo romanzo “Bugiarda” ci dice che la bugia paga. Ma soprattutto che tutti mentiamo. Devo ammettere che mi ha convinto. E pensare che mi sono sempre ritenuta la quintessenza della sincerità.
Non si tratta di fare un’apologia dell’ipocrisia – qualcosa di simile alla chiave di volta della società civile – o al limite estremo della menzogna per la menzogna. Bensì si tratta di scrutare nel fondo dell’animo umano e ritrovarvi la bugia come via di sopravvivenza.
E’ quello che capita a Nufar, una studentessa di Tel Aviv, che è intrisa di frustrazioni perché un po’ grassa, un po’ bruttina, un po’ brufolosa, un po’ invidiosa della bellezza strepitosa di sua sorella Maya, afflitta dal tradimento dell’amica del cuore, tristissima perché non ha ragazzi che le sbavano addosso: Nufar fa un lavoretto in un gelateria, durante le ore di libertà dallo studio e macina risentimento contro la vita.
Non prevede di trovarsi improvvisamente di fronte un cliente – Avishai- che a sua volta è colmo di rancore perché, dopo il successo in un talent show, con quell’improvvisa ed effimera celebrità che dà alla testa come una droga, è ripiombato nell’anonimato e formula pensieri vendicativi contro l’intero mondo. Entrato in gelateria, il suo pensiero si tramuta involontariamente, del tutto involontariamente, in parole contro la povera Nufar, che aggredisce e insulta e rincorre nel cortile per infierire ulteriormente su questa sua vittima non prescelta, finché i presenti non lo bloccano e chiedono a Nufar se l’abbia molestata.
In base a un segreto meccanismo imperscrutabile, Nufar mente. Dice di sì e il caso scuote mediaticamente l’intera città di tel Aviv diventando l’argomento del giorno, suscitando indignazione e sconcerto.
Ma il giovane Lavi che dalla finestra ha visto tutto, la ricatta. Mentre Nufar diventa il personaggio di tutte le trasmissioni e Avishai marcisce in galera, anche Lavi mente a suo padre, dicendogli che sta facendo le selezioni per entrare nei Corpi Speciali. L’ispettrice Dorit, come tutti dalla parte della ragazza, la interroga e la segue nei suoi spostamenti.
Questo è solo l’inizio di Bugiarda, scritto da uno dei migliori cervelli dell’ultima generazione israeliana, di cui avevo già letto due libri piuttosto belli come Svegliare i leoni e Una notte soltanto, Malkovich. Alla terza prova, Ayelet non delude, sebbene verso la fine il romanzo abbia un piccolo cedimento frettoloso. Ma è un minuscolo peccato, perché l’ironia che sottende ogni riga è esaltante. Ho sempre pensato che la “razza eletta” avesse una marcia in più, e tutta la vita ho letto con enorme piacere la letteratura ebraica: ma quest’ultima generazione è davvero stimolante, ha saputo emanciparsi dalla Shoa e osservare la realtà attuale che la circonda.
Eppure qui abbiamo, verso la metà del romanzo, un personaggio che dalla Shoa ottiene un gran beneficio: Raymonde, una vecchia signora di un ospizio, che per una curiosa catena di eventi, accompagna Nufar e la sua scolaresca in visita ai campi di sterminio come “testimonial”, facendosi passare per un’amica morta, che nei campi c’era stata veramente. Da lì trarrà una bella sfilza di fortune. Ulteriore esempio di quanto convenga mentire.
Anche il rapporto tra Nufar e Lavi lieviterà attraverso finti ricatti e si trasformerà in amore. Mentre tutti personaggi collaterali a loro volta inanellano bugie su bugie, piccole invidie, rimorsi, tranelli. Insomma la vita è una giostra di bugie e ci siamo sopra tutti. In un carosello di verità e menzogne, di fake news e fatti realmente accaduti.
Resta al lettore il grave compito di mettere in azione la coscienza: se le cose stanno così, cosa resta di giusto da fare? Molte volte ho pensato che la verità è un fardello che bisogna portare da soli, ma infine gli interrogativi che l’autrice ci pone sono in stretta correlazione con l’etica, come se il suggerimento più intrinseco fosse quello del relativismo morale di tutti coloro che agiscono sul nostro palcoscenico esistenziale.
Manipolando i fili delle varie vicende, degli interni familiari tutti complicati e tumultuosi, con rivalità molto spesso nascoste, si arriva a dipanare il bandolo della matassa: cosa che lascerò fare a voi, col suggerimento di immaginare dei paralleli profondi col nostro tempo di social network e di apparenza e di manipolazione della realtà.
Al gioco delle parti che ciascuno di noi fa, si aggiunge in tempi odierni come cassa di risonanza l’incredibile espansione di un oggetto che teniamo sempre in mano e che ci fa da trampolino di lancio, facendoci assumere di volta in volta fisionomie sempre diverse, suscitando adagio adagio e quasi impercettibilmente un effetto domino che diventa, altrettanto impercettibilmente, incontrollabile.
Nel magistrale affresco che ne scaturisce tutti mettono una pennellata di proprio, ingigantendo l’effetto in modo tale che se ne scorda l’inizio e non si ha più la possibilità di riacciuffarne il controllo. Dissimulare finisce per diventare dapprima un imperativo categorico, poi un automatismo che non si può più modificare. Impossibile fare sbarazzarsi della maschera che si indossa. Impossibile.
Anche se i tentativi ci sono, i tormenti sono continui, il sarcasmo è inafferrabile, le punizioni sembrano imminenti e si è sempre sul punto di scoprire il gap generazionale, l’espiazione del proprio peccato, il terrore di passare dall’anonimato alla celebrità, dalla celebrità all’anonimato e di finire schiacciati dal peso dei propri errori.
Ayelet sta avendo un successo mondiale: nata nell’82, giornalista, laureata in Psicologia e sceneggiatrice, è attivamente impegnata sul fronte dei diritti sociali. Con questo suo libro, che ci ha deliziato e divertito e commosso profondamente, entra d’autorità nel Gotha della letteratura di alto profilo.
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