Delphine de Vigan mi era nota dall’uscita degli Effetti secondari dei sogni, dove aveva già mostrato quel fenomenale intuito nel descrivere gli adolescenti e capirne tutte le sfaccettature.
E anche dal suo secondo libro Da una storia vera , che narra l’avvincente dramma di una scrittrice, la cui vita viene praticamente “ingoiata” da una sua fan e da cui Polansky ha tratto un film piuttosto brutto.
Ora con “Le fedeltà invisibili”, altro splendido titolo che sottende i legami di sangue che non si spezzano mai e ci ricattano sino alla fine dei nostri giorni, allarga il suo panorama da due a sei personaggi molto intensi, che ci catturano in spirali di sofferenza, ma dai quali con difficoltà ci separiamo al termine del libro. Qui di madri ce ne sono tre. Due reali, composte di materia e spirito e da un numero enorme di difetti e di errori compiuti nella loro maternità e una terza “virtuale”, che risulta essere il deus ex machina della storia e probabilmente l’unica che riesce a compiere azioni salvifiche, anche se la fine sospesa non ce ne dà la certezza.
La storia ci porta in una scuola dove Thèo e Mathis, due adolescenti tredicenni, stanno compiendo un’azione illecita. Nascosti in un vano segreto dietro un armadio stanno bevendo vodka e rum a gogo. I due sono amici e dei due è Thèo che sembra il leader della coppia. Mathis ne è un po’ soggiogato e tuttavia, poiché prova un sincero affetto per questo compagno infelice, cerca di assecondarlo il più possibile. Poco alla volta scopriamo che Thèo, piccolo uomo cresciuto troppo in fretta, è vittima di una coppia di genitori che si massacra. Dopo il loro divorzio fa la spola col suo trolley tra le loro case, dove dalla madre trova un grumo di rancore e risentimento e rabbia indomabili e dal padre una sfortunata calata agli inferi della depressione, dopo avere perso lavoro ed amante. Lui lo prega di non rivelare alla madre il suo devastante fallimento e Thèo obbedisce. Lui obbedisce sempre, obbedisce sempre a tutti: ma intanto prende consistenza l’insegnante di Thèo, che ne intuisce immediatamente dietro una facciata irreprensibile il profondo dramma interiore, anche se il ragazzo tace.
Helène è una donna che è passata attraverso un’infanzia devastante, così brutalmente picchiata dal padre con la complicità spregevole della madre, tanto da distruggerne la possibilità di avere figli. Che ci sia dunque nelle mosse di Helène un desiderio frustrato e lacerante di maternità negata è indiscutibile, ma lei è una donna di animo nobile che avrebbe egualmente agito per giustizia e suscita in noi commozione profonda. E soprattutto il suo personaggio svetta nel confronto con le due madri “reali”: quella di Mathis è una donna con un forte complesso d’inferiorità, vissuta di luce riflessa del marito, che è un professionista colto e affermato per il quale lei prova soggezione: fino a quando non ne scopre un blog segreto con un’altra identità, in cui si comporta da disgustoso individuo di cui parole e azioni sono calate nel porno hard. La sconcertante scoperta induce Cecile a smascherarlo a una cena, in cui il marito brillava davanti ai suoi amici.
Intanto il povero Thèo continua la sua odissea, silenziosamente pulisce la casa del padre, gli cucina e lo accudisce amorosamente e quando torna dalla madre deve “decontaminarsi” dalle scorie dell’insopportabile contatto con l’ex marito che lei odia con tutte le sue forze. Sino a che punto l’animo di un adolescente può sopportare una simile tortura, sino a che punto a Helène è consentito spiarne le mosse, fargli domande cui Thèo non risponde, parlare con la madre che mente? Fino a che punto. Perché poi le cose prendono un’accelerazione improvvisa e inarrestabile, Thèo porta avanti in modo inesorabile il suo progetto di cupio dissolvi , incapace di spezzare il legame della fedeltà invisibile: con dosi sempre crescenti di alcol si appresta ad uccidersi.
È così che lo trova Helène, quando il disperato Mathis le confida le intenzioni di Theo e lei compie una corsa affannosa contro il tempo, pensando solo a salvare quel figlio che non è suo.
Del resto non vi dico altro, se non la profonda commozione che il libro ti lascia addosso, oltre a un invincibile senso d’impotenza di fronte alle tante tragedie di cui veniamo a conoscenza e che tendono a zavorrarci negli abissi dell’infelicità, ma da cui poi talvolta riusciamo a vedere la rinascita da araba fenice.
Delphine de Vigan è autrice di quattro romanzi coronati dal successo e da alcuni prestigiosi premi. Dopo diversi impieghi, lavora in un istituto di ricerca di mercato. Quanto a questo suo ultimo libro, feroce atto d’accusa alla cattiva genitorialità, ci si chiede sgomenti come il modello sociale della famiglia, che resiste nel corso dei secoli, possa trasformarsi in un meccanismo tanto perverso. Ma la risposta ce l’ha già data tanto tempo fa S.Agostino, quando ha scritto che “capire l‘animo umano è più difficile che svuotare il mare con un cucchiaio”.
Lascia un commento