Come vi avevo già detto tempo fa, almeno una volta al mese faccio un’incursione fra i classici contemporanei e dunque con chi si potrebbe cominciare meglio che con Virginia Woolf?
Le sue opere sono patrimonio universale e molto ci duole di quei sassi messi nelle sue tasche che l’hanno trascinata sul fondo del fiume, togliendocela troppo presto. Fra i suoi capolavori è difficile scegliere, ma di certo nessuno ignora “Una stanza tutta per sé”, manifesto ante litteram di tutte le conquiste femminili, pietra angolare del femminismo e dei diritti umani in genere. In esso Virginia si rivolge alle studentesse di due college, il Girton e il Newnham, ed esordisce dicendo che l’unica vita eccitante è quella immaginaria. “Quando si mettono in moto le rotelle nella testa non c’è più bisogno di soldi e di vestiti, di una credenza o di un letto”. Poi fa un’ampia ed ironica panoramica sulla condizione della donna e sull’impossibilità di avere una stanza tutta per sé oltre che a una rendita di cinquecento sterline, che farebbero tutta la differenza.
Sempre tenuta lontana dalla letteratura, la donna è stata obbligata a pseudonimi maschili, pensiamo alle sorelle Bronte, che si celavano dietro il nome di Currier, Acton ed Ellis Bell. A George Eliot, alias Mary Anne Evans, intrappolate nell’opinione che aveva di loro il ”sesso forte”, con la rara eccezione di Jean Austen che riusciva – cose da pazzi- a scrivere in un salotto comune, fra ospiti, pranzi, tè e chiasso.
Virginia non ci dice in maniera astuta ed elegante che l’uomo sia stato sempre malvagio con la donna, quanto piuttosto come la società inglese fosse di stampo profondamente maschilista: ed è proprio partendo dal luogo principe dell’esclusione femminile che la Woolf smantella la cultura d’elite, ridicolizzandone i difetti, che hanno reso la donna invisibile nella Storia. Il libro non è un pamphlet polemico di genere, un’invettiva sociale, ma una lunga, pacata riflessione, una carrellata sulla condizione della donna, protagonista assoluta di questo piccolo, incantevole saggio. Sulle poche libertà concesse alla donna mancava soprattutto la libertà di studio, perché i suoi compiti precisi erano partorire nidiate di bambini, allevarli, rigovernare la casa e poi morire in santa pace.
Se ai nostri giorni, per “la legge del contrappasso” i lettori sono in maggior parte donne, con una percentuale del 54% contro il 34% di appartenenti al sesso maschile, nel 1929 non c’era davvero molto tempo da dedicare alla lettura e figurarsi alla scrittura e si capisce perché i libri scritti da uomini non siano eguali a quelli scritti da donne, dato che le visioni del mondo dei sessi opposti sono chiaramente diverse, come sono diverse le sensibilità. La lunga fatica della conferenza, piccolo trattato ironicamente immaginifico, con il leit-motiv della stanza-grembo-prigione dell’anima femminile, lascia in Virginia l’amara constatazione che le giovani donne fossero affamate tanto quanto coraggiose e intelligenti, avide ma povere. Ma ha anche l’impressione è che il mondo stia cambiando perché infatti è spettatrice delle battaglie per il diritto di voto.
Ma se tutto il libro è godibilissimo, c’è un prezioso e indimenticabile cameo che riguarda un’ipotetica sorella di Shakespeare di nome Judith, straordinariamente talentuosa, che è così geniale che preferisco trascrivere in parte questa digressione: dopo avere descritto le peripezie di William, Virginia dice “…nel frattempo poniamo che una sua sorella dal talento straordinario fosse rimasta a casa. Lei era avventurosa, creativa, desiderosa di vedere il mondo tanto quanto il fratello, ma non fu mandata a scuola, non ebbe nessuna possibilità di imparare la grammatica e la logica, per non parlare di Orazio e Virgilio. Di quando in quando, prendeva in mano un libro, forse di suo fratello, e leggeva qualche pagina, ma poi i genitori entravano e le dicevano di rammendare le calze o di tener d’occhio la stufa, invece di trastullarsi fra carte e libri…. Lei invece scribacchiava di nascosto in soffitta ma distruggeva col fuoco le sue pagine … E si ribellò con impeto a sposare un vicino cardatore di lana: picchiata e poi blandita dal padre con la promessa di una collana di perline, decide di fuggire e con un piccolo fagotto si cala con una corda e prende la strada per Londra.
“Non aveva più di diciassette anni, un vivacissimo senso dell’armonia delle parole ed era attratta dal teatro. Si presentò alla porta del palco, gli attori le risero in faccia e l’impresario le abbaiò contro qualcosa, prima di farle delle proposte… immaginate di cosa. Non aveva nessuna possibilità di trovare qualcuno disposto ad insegnarle il mestiere. E come avrebbe potuto andare a cena in una taverna o gironzolare per le strade a mezzanotte. Ciò nonostante il suo genio era volto alla letteratura e bramava nutrirsi delle vicende di uomini e di donne. Infine, poiché era molto giovane e dai lineamenti stranamente simili a William, con quegli occhi grigi quelle sopracciglia arrotondate, ecco che un agente teatrale di nome Nick Greene fu impietosito dalla sua situazione; Judith si ritrovò con un bambino in grembo grazie a quel gentiluomo e così, – come misurare la violenta passione del cuore di un poeta imprigionato nel corpo di una donna?- si uccise durante una notte d’inverno e giace sepolta a un certo incrocio…”
Ora, dice Virginia “ Io credo che questa poetessa che non scrisse mai una parola viva ancora. Vive in voi e vive in me e in molte altre donne perché i grandi poeti non muoiono. Dobbiamo fare la nostra strada da sole e dobbiamo essere in relazione con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne. Allora finalmente si presenterà l’opportunità e quella poetessa morta che era la sorella di Shakespeare, ritornerà al corpo del quale tante volte ormai ha dovuto spogliarsi, e, prendendo vita dalla vita di tutte le sconosciute che l’avevano preceduta, come suo fratello aveva fatto prima di lei, lei nascerà”.
Standing ovation. Delle studentesse del college nel 1929 e nostra, che a oltre quasi un secolo di distanza restiamo rapiti da questa straordinaria donna, che ha avuto l’intelligenza e la lungimiranza di predire l’avvenire.
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