Mai dire mai. Avevo giurato a me stessa di non farlo più.
Alludo alla cocente delusione della rilettura dei testi sacri di Simone de Beauvoir, mia mitica maestra di femminismo e filosofia, di cui ha fornito esempi più originali di Sartre, il suo noioso compagno di polivalenti ragnatele sessuali e di un’etica molto discutibile. Che ha reso infelice un’intera generazione e che attualmente s’infila a stento con due righe nei manuali di filosofia, in cui l’esistenzialismo sembra fermarsi a Martin Heiddeger per poi piombare nel vuoto con l’autore della celebre frase “l’inferno sono gli altri”. Come Simone, altri casi deludenti, soprattutto per una pedante traduzione del tempo, che non regge più. Dunque, giuramento.
Poi, come un rospo che si esibisce per ottenere il bacetto, mi salta fuori dalla libreria un libro che ho adorato. “ Il diario di Jane Somers”, che mi scatena ricordi. Lo prendo in mano con la prudenza con cui un artificiere si appresta a disinnescare una bomba.
Doris Lessing (1919-2013) è nata a Kermanshah, in Iran, e ha vissuto fino a trent’anni in Zimbabwe (allora Rhodesia). Nel 1949 si è definitivamente trasferita in Inghilterra. Diventa immediatamente famosa con Il taccuino d’oro del 1964, che coniuga ricordi della sua Africa con l’evolversi della generazione inglese post-bellica, in un’Inghilterra non ancora thatcheriana e in grande subbuglio. Ed è allora che gioca uno scherzo da prete all’establishment culturale dell’epoca assai tradizionalista e tagliato con l’accetta. Manda a tutte le case editrici un manoscritto a nome Jane Sommers e da tutte le case editrici è rifiutata, salvo da un piccolo editore, che subdora, intuisce, capisce, riconosce lo stile. Si scatena un caso editoriale clamoroso. Quando il libro esce con la sua firma è un pugno nello stomaco.
Vi si narra di Jane, vicedirettrice di una testata di alto profilo, di gran classe: una tipa molto glam, con un sacco di stile, che gira per sfilate, intervista i vip, va a tutti gli eventi europei più famosi. Insomma, una strafiga. Immaginate una specie di Meryl Streep, nel Diavolo veste Prada. Anche lei è così, piuttosto stronza. Nelle vene le serpeggiano blandi sensi di colpa per l’anaffettiva perdita della madre dopo malattia e per quella del marito dopo malattia, col quale più che altro parlavano del tempo e facevano sesso abbastanza vivace. Jean ha questa vita interessante: la domenica sera si fa un bagno di tre ore, pedicure, manicure, prepara con raffinata minuzia il guardaroba di tutta la settimana, è ammirata in redazione, ha un’amicizia profonda con Joyce, la direttrice del giornale, che si sta macerando nel dubbio se piantare tutto e seguire il marito fedifrago con una squinzia in America, dove lui avrà un importante incarico presso una celebre università. O invece mandarlo al diavolo e restare a Londra coi recalcitranti figli adolescenti. Ma senza il suo uomo.
La vita di Jane trascorre così. Finché una sera, nel fare la spesa, intercetta Maude, una novantenne molto fragile, che si sta trascinando a casa con le sue borse di plastica. L’aiuta, entra nel suo tugurio, le prepara un tè, dà da mangiare alla sua gatta. E’ il primo atto di una tragicommedia che vede Jane subire una metamorfosi. Un posso-voglio-devo in crescendo, in cui Maude diventa il polo di attrazione della sua vita. Seppure stanchissima della sua giornata di lavoro, Jane la segue, l’accudisce, pulisce il suo corpo, la nutre, si diverte della sua compagna, ma soprattutto l’ascolta. E Maude, con occhietti azzurri vivacissimi, orgoglio formidabile, ferocemente legata alla sua fatiscente casa, è una compagnia irresistibile, ha un passato piccolo borghese modesto ma di gusto, è stata un’ottima modista, ha fra le sue cianfrusaglie coperte e tovaglie di rara bellezza. E due donne si raccontano: Maude ascolta avidamente le storie del giornale di Jane e Jane quelle di Maude. Seguiamo l’inevitabile parabola e, alla fine, poco prima della morte di Maude, con la quale Jane redime la propria anaffettività verso madre e marito, il suo sentimento verso l’irresistibile piccola novantenne rabbiosa è il punto più alto della sua vita. Il romanzo tocca vette sublimi di commozione e intelligenza, di autentico affetto e amicizia.
In passato non avevo colto così profondamente il pugno nello stomaco che Doris Lessing ha dato all’obsoleta società inglese, dove non era come ai nostri tempi in cui gli anziani compongono la nutrita schiera prevalente degli esseri viventi. Allora in Inghilterra, e forse anche altrove, i vecchi non avevano visibilità, specie le classi povere con i loro tuguri a cui erano ferocemente legate. Era stata istituita, sì, la figura della buona vicina, ma era una figura burocratica e asettica. Priva dell’amore che Jane coltiva in Maude.
Doris Lessing dà voce a quella categoria e getta un sasso nello stagno, che si allontana in cerchi sempre più larghi. Nulla resterà più eguale dopo quel libro. Ha segnato un’epoca, ha fatto da cassa di risonanza a una categoria negletta. E poi Doris arriva al Premio Nobel nel 2007. Non per niente. Ha scritto dozzine di libri di grande spessore, di autentico valore morale. Divertenti, ironici e profondi. Insomma, ho baciato quel rospo e l’ho ritrasformato con gioia in principe. Mai dire mai.
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