Maylis de Kerengal in Francia è un mito.
Un paio di anni fa ha pubblicato Riparare i viventi, la storia di un trapianto di cuore fra un diciannovenne surfista normanno e una funzionaria parigina. È stato un libro che non ho mai smesso di promuovere fra gli amici perché è strepitoso.Mi sono fatta comprare da mia figlia a Parigi anche la versione originale per capire come mai la traduttrice nella prefazione alludesse alle peripezie che aveva fatto per rendere in italiano le infinite sfumature del suo lessico.
In effetti Maylis ha una stile estremamente singolare, molto ricco e di spessore, e con metafore inaspettate che ne sottolineano la grande accuratezza nel percepire le gradazioni, le tonalità, le mezze tinte di un pensiero. Così mi sono poi letta La nascita di un ponte e Lampedusa, scritto di getto a braccio la notte in cui laggiù nella nostra ultima isoletta trecento ragazzi e ragazze neri crepavano in una volta sola. Insomma è una dei miei autori preferiti. Da mettere nella barra, addirittura.
Ora esce Corniche Kennedy, che è un boulevard di Marsiglia, dove un gruppo di adolescenti compiono in una riparata insenatura, da livelli sempre più alti, dei pericolosi tuffi, sorvegliati a vista da un ispettore di polizia che col suo cannocchiale ne tiene d‘occhio le sfrenatezze.
Dunque la scena è questa, i ragazzi su un promontorio, che parlano e agiscono come i nostri figli, che fanno i narcisi e gli sbruffoni, le ragazze che sono un piccolo manuale di psicologia, a metà strada fra le stronzette e le sottomesse.
Nel gruppo c’è un Capo, i cui umori delineano l’atteggiamento degli altri, specie quando arriva una Tipa che si capisce subito che non è della loro estrazione sociale, che vive in una villa fra le colline ma che anela far parte del gruppo, certamente perché odia mamma e papà e i loro schifosi soldi. Il Capo e la Tipa si squadrano, si valutano a vicenda, si piacciono per l’eccessiva e reciproca sfrontata baldanza: anche la Tipa vuol fare i tuffi, e soprattutto dal livello più alto, quello che può in un fiat uccidere.
L’ispettore scruta e medita e organizza mentalmente e materialmente una squadra. Prima sono i poliziotti in bicicletta che si muovono agevolmente in mezzo al caos marsigliese, poi ci sono gli appostamenti, le retate, le attese in questura, gli incontri con i genitori dei ragazzi, le loro vite incredibili e via dicendo, finché tutto lievita. Gli sguardi fra il Capo e la Tipa, l‘intesa sotterranea che si colora di amore segreto, le gelosie degli altri, i progetti sempre più arditi. L’ispettore aspetta il grande momento per salvare i ragazzi togliendoli da quel contesto mortale, anche perché nel frattempo nei paraggi gira uno yacht imbottito di droga, che bordesando bordesando è proprio sulla traiettoria del punto in cui i ragazzi a capofitto si gettano dal terzo livello del promontorio.
Mi fermo qui. Di cose ne succedono ancora molte, ma vi ho dato tutti gli elementi per capire quali possano essere gli sviluppi successivi.
Maylis è una grande. Ha un cervello e un animo di livello superiore. Di terzo livello, come quello dei tuffi dei suoi ragazzi. Sono felice che abbia avuto tanto successo a casa sua. Da Riparare i viventi è stato tratto un bellissimo film che ho visto e ben due pièces. Vorrei tanto che fosse altrettanto nota da noi. Nel mio piccolo faccio il possibile. Leggete questo libro per capire quanto sia speciale.
E, per inciso, per non farmi dare della femminista a oltranza, cosa che peraltro sono, la prossima volta parlo di un maschio.
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