I primi casi furono quelli di Madrid, Genova, Berlino e Copenaghen. Naturalmente erano venuti a conoscenza delle autorità con troppo ritardo per potere fare i necessari collegamenti. Il che, comunque, non si vede a cosa sarebbe potuto servire.
Erano le cinque e trenta della sera, quando Josè aprì la porta del suo appartamento e si vide davanti se stesso, elegante, sorridente, come un vecchio amico di scuola. Gli si fermò il cuore. Poi pensò “ E’ uno scherzo. Pilar mi ha voluto fare uno scherzo. Forse è per la storia della casa, che muore dalla voglia di cambiare. Forse mi ha trovato un sosia perché vuole farmi credere che questa casa ormai procuri allucinazioni”.
“ Ciao” , disse la sua Controfigura. “ Sei un po’ in ritardo, stasera. Il bagno è già pronto”.
“ Chi sei? “ domandò Josè in un soffio, appoggiando la mano sulla fondina. Un poliziotto non si fa mettere nel sacco neppure da un’allucinazione.
“ Non lo vedi? >”chiese la Controfigura, con estrema gentilezza.
“ Quello che vedo non mi piace affatto. Togliti di mezzo, è un consiglio d’amico. Sono un tipo irascibile”.
“ Vuoi che non lo sappia. Io so tutto di te. Io sono te, non l’hai ancora capito? Sono la tua Controfigura. Puoi usarmi e puoi essere usato. D’ora in avanti saremo due. Intercambiabili. Se ti viene voglia di andare al Prado invece che in Centrale, in Centrale ci vado io. Tanto so perfettamente a quali che casi tu stia lavorando”.
Josè cercò con gli occhi il divanetto di velluto rosso color prugna, che Pilar aveva voluto mettere vicino all’ingresso per togliersi le scarpe quando si arrivava a casa. Ci teneva molto ai suoi pavimenti lucidi, Pilar. Era una delle poche spagnole della sua generazione che usasse ancora la lucidatrice. Così si lasciò cadere sul divanetto e decise di ricominciare da capo. Di rifare le stesse domande, come in un estenuante interrogatorio in Centrale. Però, un istante prima di sedersi, fece in modo di sfiorare casualmente la Controfigura e sentì sotto i polpastrelli il calore del corpo, la consistenza della carne umana. Non era né di plastica né di legno. Non era un robot. Era soltanto un uomo come lui. Era se stesso. Prese tempo e poi ricominciò a parlare. E per prima cosa domandò perchè. La Controfigura era programmata per spiegarlo con estrema cura. Perché tutti ne fossero lieti. E tutto il mondo fosse pieno di felicità. O meglio, apparisse.
Nino, scaricatore di porto genovese, non era tipo da andare troppo per il sottile. Tornava a casa dopo ore di fatica massacrante e aveva i nervi a pezzi. Si sentiva sporco come un topo di fogna e anelava ad una doccia. Avrebbe volentieri sparato una raffica di mitra sui passanti, così, soltanto per pareggiare i conti con la Sorte. Perché tutto non capitasse soltanto a lui, dannazione. Non ce la faceva neppure a pensare che quella disgraziata di Vanessa lo avesse piantato sui due piedi dopo tre anni di matrimonio, con un bambino di venti mesi, per correre dietro a quello stronzo di batterista. Non ce la faceva neppure a pensarlo. Il cuore gli cominciava a battere vertiginosamente e le testa gli girava. Non sapeva come fare. Sua madre gli aveva detto senza mezzi termini che del bambino non si sognava neppure di occuparsi. Che lei aveva il suo lavoro e che se non lavorava lei quel beone di suo padre non l’avrebbe mai fatto. Che si arrangiasse. Così, sulle prime, a Nino parve un sogno vedersi aprire la porta da un uomo, di cui la penombra impediva di vedere chiaramente i tratti del viso, con in braccio Robertino, tutto bolle di saliva e sorrisi. Non si chiese chi fosse, fu colmo di sollievo che suo figlio fosse accudito. Forse era il marito della vicina, sempre tanto prodiga di attenzioni.
Ma appena la Controfigura accese la luce, a Nino prese un colpo. Devo smetterla di attaccarmi alla bottiglia, pensò. Altrimenti divento come mio padre. E quella non poteva essere minaccia più grande. Orrore più grande. Restò con la bocca aperta in una grande O e aspettò che accadesse qualcosa. Aspettò che Robertino, come sempre, gli lanciasse le braccia al collo e soltanto con molto ritardo realizzò che Robertino era già al collo di suo padre. L’uomo che aveva di fronte gli somigliava come una goccia d’acqua, ma Nino era così stanco che non aveva neppure la forza di fare domande. Provò soltanto una piccola fitta di gelosia perché Robertino stava passando le labbra sulla guancia della persona che gli stava di fronte, e così fece un gesto rassegnato e interrogativo. Che la persona dicesse, per favore. Che la persona spiegasse chi era. Da dove venisse. Forse era un parente stretto? pensò. Forse il ramo della famiglia del padre, che era emigrato in Brasile.
Allora la Controfigura lo pilotò delicatamente verso la cucina, dove un piatto di trofie col pesto era già sistemato al suo posto. E mandava il filo di fumo classico che manda un piatto di trofie appena preparato. E la cucina era in un ordine perfetto. E sul seggiolone di Robertino c’era un piattino più piccolo con quello che sembrava essere un hamburger già spezzettato. Il suo piatto preferito. La Controfigura sorrise e consigliò “ Ora, per prima cosa, mangia. Penso a tutto io”.
Nino, sopraffatto dalla stanchezza, si lasciò cadere sulla sedia e pensò di stare sognando. Sì, era un sogno, maledizione. Troppo bello, per lui. Per lui, abituato a inanellare fregature della Sorte, per lui che avrebbe voluto sparare al mondo per la troppa infelicità che lo consumava. Non fece domande e si apprestò, in sogno, a mangiare le sue predilette trofie con pesto. Ovviamente c’erano anche fagiolini e patate. Le trofie erano da manuale.
Birgitte sollevò la mano e prese il bicchiere ghiacciato. Sospirò di piacere. Quel giorno aveva deciso di fare un break, di prendersi il meritato riposo dopo il colossale affare con i russi. Sulla incantevole terrazza che dominava Potsdamer Platz, nel cuore della sua Berlino, in uno di quei palazzi che Renzo Piano aveva trasformato nell’ottava meraviglia del mondo e dove possedere un attico significava valere innumerevoli milioni di euro, Birgitte, ad occhi chiusi, in bikini, coperta da un velo di costosissima crema antisole, sapeva che a Berlino poche donne avevano avuto un successo simile al suo. E senza essere figlie di… o mogli di… No, lei era venuta dal nulla, con una borsa di studio a Oxford, e con un’ambizione che avrebbe potuto farla salire alle più alte vette di qualsiasi settore.
Si era tenuta di proposito fuori dalla politica, altrimenti ora sarebbe stata perlomeno al posto di Angela Merkel. Ma la politica rendeva molti meno quattrini del business e dunque non era fatta per lei. Ora lei sapeva di essere molto molto più potente anche della loro brava Cancelliera. Sapeva di valere persino di più. Di essere più bella. Più intelligente. Non c’era niente che Brigitte non potesse fare. Così allungò la mano ad occhi chiusi e prese il bicchiere ghiacciato. Poi realizzò rapidamente che il bicchiere era ad una distanza molto inferiore a quella del tavolino ed aprì immediatamente gli occhi. China su di sé, vide se stessa. Bella, abbronzata, in bikini, sorridente, furba. Un sorriso compiacente. Si sforzò di mantenere la calma. Sapeva di non sognare, sapeva che quella cosa che aveva davanti la faceva piombare immediatamente dalla cima delle sue più alte ambizioni. Era successo qualcosa e lei non ne era stata avvisata. Dunque non aveva tutto quel potere che supponeva di avere. Richiuse gli occhi e pensò in fretta. Sorrise. Disse, con estrema calma “ Siediti “ e la donna spostò la sedia accanto al tavolino e si sedette.
“ Non mi sembri inquieta di vedermi” , mormorò.
“ Non lo sono. Aspettavo da sempre qualcosa che non potessi controllare. Ora lo so. Ora sei qui, ma credevo che avrebbe avuto un altro corso. Qualcosa di simile all’assassinio di Giulio Cesare, oppure qualche intercettazione. Qualche cosa di tecnologico, di ultima generazione, che non fosse ancora arrivata alle mie orecchie. Nessuno mai potrebbe sapere quale dei miei tanti telefoni io usi. Ed è chiaro che al telefono non dico nulla di compromettente. Ma una botta del genere non me la aspettavo. Non ho armi contro me stessa. Sono intransigente verso me stessa, ma anche molto affettuosa. Che devo fare, esattamente? Dimmi. Che si fa col proprio clone? “
“ Ssst” , disse l’altra, suadente, “ Preferiamo definirci Controfigure. Siamo state programmate per il Bene dell’Umanità “ .
“ DA CHI? “ Birgitte non riuscì dal trattenersi dall’alzare leggermente la voce. Non era così stolta dal perdere mai la pazienza, ma dietro la sua imperturbabilità in realtà si nascondeva una crudeltà indicibile, capace di punire a distanza di anni chi l’aveva ostacolata. Punire ferocemente. Birgitte era incapace di perdono.
“ Dio? Allah? Buddah? Cosa preferisci?”
“ Non credo in niente, io “ .
“ E fai bene. Padrona assoluta di te stessa. Questo è il segreto. Ecco, anche io sono tua schiava. Non devi fare altro che comandarmi”.
“ Non ti credo”.
“ E fai bene “ , ridacchiò la Controfigura. Poi si allontanò silenziosamente. Soltanto allora Birgitte, e soltanto allora, provò un guizzo gelato lungo la spina dorsale. E pensare che non c’erano meno di trenta gradi Fahrenheit. Sapeva che fra poco sarebbe finito tutto. Cercò fra sé la soluzione, era sempre stata un asso per trovare soluzioni che non trovava nessuno. D’improvviso seppe qual’era. Si alzò, andò in camera, aprì il cassetto del comodino e prese la Luger. Dopo un istante era alle spalle della Controfigura – i traditori si uccidono alle spalle- nelle quali scaricò l’intero caricatore. La Controfigura si girò e scosse benevolmente la testa, appena appena un po’ contrariata.
Il lungo fiume ribolliva di animazione. Nonostante fossero le tre del pomeriggio i ristoranti erano lavoravano ancora a pieno ritmo. Ettolitri di birra correvano a fiumi. I grembiulini di pizzo delle cameriere erano una delizia. L’uomo con la folta barba bionda osservò la ragazza che gli stava facendo il conto su un piccolo computer palmare e ne sbirciò le lunghe gambe. Forse poteva invitarla sulla sua barca? Non aveva mai capito se alle ragazze faceva piacere o no fare l’amore nel dondolio dell’acqua. Per lui era paradisiaco. Alzò gli occhi chiari sulla ragazza e chiese se volesse andare sulla sua barca. La ragazza lo guardò, ammirò tanta naturalezza e semplicità. Le erano sempre piaciute le domande dirette. Gli uomini che non si nascondevano dietro sipari di menzogne, quando tutte le ragazze sapevano che lo scopo era sempre lo stesso.
Disse “ Termino di lavorare alle cinque” e Peter si chiese se sarebbe riuscito a dare una parvenza d’ordine alla sua barca, un ex peschereccio comprato per quattro soldi nel momento in cui aveva tagliato i ponti con una famiglia che se ne infischiava di lui, con un lavoro che lo inaridiva, con una città che lo deprimeva. Amava sopra ogni cosa la libertà e il disordine. Sorrise contento e disse a Margareta che l’avrebbe aspettata al molo. Poi si diresse senza fretta verso il suo peschereccio ed ebbe la gradita sorpresa di trovarlo in perfetto ordine. Seduto sul divanetto di legno con cuscini azzurri, un suo sosia che fumava la suo pipa. Scosse la testa, sorpreso. Era entusiasta. Chiese che fosse successo.
“ Semplice “ , rispose la Controfigura, “ Ho pensato che avresti gradito di trovare pulito, dovendo ricevere visite”.
“ Non so come ringraziarti. Posso sapere a cosa devo l’onore? Perché mi somigli tanto? Come mi avrebbe fatto piacere che questa cosa fosse avvenuta due anni fa. Prima che tagliassi i ponti, dico. Avresti potuto beccarti tutte le mie rogne “.
“ Il Tempo è relativo. Bisogna avere pazienza. Vuoi che ti spieghi?”
Peter assentì e la Controfigura, soddisfatta di avere avuto una buona accoglienza e di non avere subìto un intero caricatore di Luger nelle spalle, inutile oltre a tutto perché loro erano invulnerabili, spiegò che il Principe delle Tenebre era stato estromesso dall’Eden ma non dal proprio Potere e dalla propria Eternità. Ora si stava preparando a una grandiosa rivincita. Ma per farlo, aveva bisogno di sopprimere il Libero Arbitrio.
“ Il libero arbitrio? La nostra unica arma contro il volere di Dio? “ chiese Peter, sommamente divertito.
“ Appunto. Il potere del Principe delle Tenebre deve essere assoluto. Così, senza fretta, ma neppure troppo adagio, sarete tutti raddoppiati. Noi Controfigure abbiamo in più di voi un microchip, dietro la retina. Qualcosa che non ci permette di opporci al Potere…”
“ Ho capito “ , disse Peter e si avvicinò al suo Sosia e lo abbracciò. Era in pena per lui. Avrebbe avuto vita dura.
Sì, le Controfigure non avrebbero avuto vita facile. Finora era stato fatto solo un esperimento di quattro casi. Erano stati eseguiti test su Josè, Nino, Birgitte e Peter, che rappresentavano la Legge, la Sfortuna, il Potere e la Libertà, che ora stavano saldamente nelle mani di chi comandava. Lungo era il cammino, ma nessuno aveva fretta. Nei mesi successivi, giunse notizia di un’altra dozzina di casi. A Roma, a Londra, a Bruxelles, a New York, un po’ in tutto il mondo, qualcosa che dilagava a macchia d’olio. Tutti, con esito soddisfacente.
Ci volle un Tempo molto lungo perché qualcuno più acuto degli altri riuscisse a fare delle connessioni. Ma il Principe delle Tenebre aveva tutta l’Eternità per mettere il atto il suo piano.
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