Non c’era un filo di vento. Me ne stavo seduta sulla panchina di Villa Borghese e pensavo a quanto fossi insopportabilmente triste, senza ragione. La primavera stava riattaccando il suo concerto, ma io provavo una specie d’indifferenza per le gemme degli alberi, per la fioritura spumosa dei mandorli, per il fremito delle emozioni che avrebbe dovuto provare una donna di trentacinque anni, nonostante la corsa a ostacoli del vivere quotidiano.
Ero lì, come una pianta. Tornavo a sedere da mesi sulla stessa panchina, mente aspettavo che Max, il mio amato cocker, completasse le esplorazioni e finisse di puntare quella cockerina bionda di un tale, forse della mia età, timido come la sua cagnetta, sempre barricato dietro a un quotidiano, che sfogliava con lentezza esasperante. È stato proprio il fatto che uno della mia età leggesse un quotidiano a farmelo notare, mentre invece avrei gettato solo un’occhiata distratta a uno che smanettava come tutti.
Ero seduta quasi davanti alla Galleria Borghese, ma non ci ero ancora entrata dopo la conclusione dell’ultimo restauro, avvenuta almeno un anno fa. Eppure vivevo DENTRO i musei perché facevo la copista per conto di un’agenzia che commissionava <> a gente come me, uscita dall’Accademia di Belle Arti e ancora alla ricerca di un lavoro e di un’identità propria.
“ Ti andrebbe di copiare capolavori? “ mi aveva chiesto Giovanna, che sapeva quanto avessi bisogno di sopravvivere. Lei conosceva un amico di un amico, che vendeva le copie in Medio Oriente e aveva un mercato fiorente “ C’è un sacco di gente come te che siede in un museo e copia grandi autori. Pochi sono così fortunati da essere pure pagati “.
“Altro che”, avevo risposto con quell’aria da vittima che mia madre diceva avessi fin da quando Lorenzo aveva cominciato a raccontarmi bugie, per poi finire in uno sfacelo di sfiducia e di abbandoni. “D’altronde sono una copia anch’io”.
Giovanna era la mia dinamica vicina di casa e detestava che mi piangessi addosso. Lei aveva alle spalle una vita travagliata che non l’aveva mai piegata e non indulgeva a compiangere né se stessa né gli altri, quanto piuttosto a provocare reazioni.
“Non so di che cosa, ma probabilmente siamo tutti copia di qualcun altro. Sicuramente dei nostri genitori, anche se non lo vogliamo. Nel frattempo c’è però il piccolissimo problema della sopravvivenza “, disse e mi guardò con sfida, colpendo nel segno. Quando mi tornava in mente la sua astuzia nel convincermi, mi capitava di sorridere da sola. Giovanna era una delle mie pochissime sicurezze.
Guardai l’uomo che leggeva il giornale e che sembrava inchiodato alla medesima pagina da un’ora: poi sbuffando, chiamai con un fischio Max e gli dissi “ Andiamo bello”, alzandomi di scatto dalla panchina, vergognosa al solo ricordo dell’occhiata che la mia amica Giovanna mi aveva lanciato mesi prima quando avevo accettato con tanta sufficienza la sua offerta di lavoro e avevo cominciato come se andassi al patibolo.
Mi piazzavo in un museo, dopo avere chiesto i relativi permessi e per giorni e giorni compivo il mio lavoro silenziosamente, ignara di quel fiume di persone che mi passavano accanto e che molto spesso mi facevano domande sul mio lavoro. Quasi sempre non rispondevo e dunque li scoraggiavo a insistere, perché nel frattempo, mentre dipingevo, mi rodevo il fegato a ricordare con assoluta esattezza, come fossero i fotogrammi di un film, le parole e i gesti e le mail e gli whatsapp con i quali si era concluso squallidamente il mio infelicissimo amore, che durava dal tempo delle medie.
“Sei come una sorella per me, Edoarda”, aveva detto a un certo punto Lorenzo.
“ Che cosa pretendi? In fondo ci siamo conosciuti ai giardinetti sugli schettini”.
“ E’ passato un secolo da allora ed io sono cresciuto. Sei tu quella rimasta al palo, che colpa ne ho?”
Maledetta carogna, pensavo. Tutta una vita insieme, tutto un futuro programmato al secondo. Come ha potuto.
Riprendere la strada di casa con Max al guinzaglio era sempre un’impresa faticosa. Era come ritornare all’inferno. Certo il mio minuscolo monolocale era perfettissimo, lustro, ordinato, luminoso. Ma ciò non m’impediva di vederlo come una piazza vuota. Immensa e vuota. Entrando non si sentiva neppure odore di trementina, come suppongo capitasse nella “Bohème”, perché ora i colori e l’acquaragia non puzzano più come una volta. Così la mia casa era asettica come se non ci vivesse nessuno e non aveva neppure colori, nonostante io campassi sul colore. E negli ultimi tempi ero così sconcertata che riuscivo soltanto a pensare ad una lezione del mio maestro di pittura, quando mi aveva insegnato che tutti i colori dello spettro luminoso si riducono al giallo, al rosso e al blu che, sovrapposti, danno il nero. E che tre vetri di quel colore, sovrapposti, danno il bianco, come ben sanno coloro che usano i riflettori di un teatro. Bianco e nero erano in fondo la somma di tutti i colori. La mia vita era proprio in bianco e nero. Chissà che ci faceva quell’uomo al parco alle undici del mattino. Lo sbirciavo di tanto in tano e mi aveva colpito perché mi ricordava un quadro che adoravo: il ritratto di Gentiluomo che c’era proprio alla Galleria Borghese, così intenso e profondo. Ma l’uomo sembrava lontano mille miglia, in un’altra galassia e non ce la facevo ad attaccare bottone.
Proprio pochi giorni dopo, come se ci fosse una sorprendente manifestazione del Caso, mi fu chiesto di riprodurre QUEL ritratto di Gentiluomo per una famiglia vietnamita carica di soldi da sperperare.
Risposi “Davvero?” con aria eccessivamente sorpresa e risi fra me. Se fossi stata di umore migliore mi sarei detta che almeno era una curiosa coincidenza, invece non ci pensai più di tre minuti. Vivevo in quella sorta di anestesia che caratterizza le persone un po’ afflitte, incapaci di ammettere fra sé di essere depresse e di farsi prescrivere dal medico di famiglia un sano antidepressivo, che non si rifiuta proprio a nessuno, tipo la miracolosa paroxetina.
Quando entrai nella Galleria ero annoiata e cercai il mio Gentiluomo senza nessuna curiosità. Invece mi sbagliavo.
Era il bel ritratto del Canova da giovane e fui immediatamente catturata dagli occhi e dalle mani. Quelle mani che avevano saputo produrre gli incantevoli capolavori che mi circondavano, le sublimi statue che incarnavano il puro ideale di Bellezza classica vagheggiato dal creatore di quella Paolina Bonaparte che troneggiava nel centro dell’immensa sala. Ma anche le altre statue che la circondavano e che indifferentemente ritraevano bellezze greche apollinee o marescialli napoleonici, fieri delle loro mostrine e del loro petto pieno di medaglie.
Così, con i pennelli in mano, concentrata su quel ritratto pieno di dettagli piuttosto difficili e su quel viso del quale volevo catturare l’intelligenza geniale, indugiai più del solito a rifinire gli occhi e la fronte. In un certo senso ero anche doppiamente disturbata davanti a quella bellezza così perfetta, all’idea di tornare nel mio asettico rifugio. Fui imprigionata da tanta fascinosa grazia e persi tempo, parecchio tempo. E fu come se smarrissi le coordinate spazio-temporali. Non so in che momento né come mi accorsi di un’ombra alle mie spalle. Si stava ormai approssimando irrevocabilmente l’ora di chiusura del museo e capii di dovermi affrettare a riporre tutto nella cassetta dei colori e a ripiegare il cavalletto, prima che l’occhiata antipatica dei due custodi in fondo alla sala mi sollecitasse a sbrigarmi. Fu per questo che afferrai appena per caso un sussurro. Un “Ehi, tu. Dammi retta” , che sulle prime non fu chiaro, ma alla seconda e poi terza volta m’indusse a girarmi. Chi mai usava la frase “Dammi retta”… Ormai nella sala non c’erano che un paio di visitatori, ma dal lato opposto al mio angolo. Quindi quel sussurro non poteva provenire che da dietro di me.
Girai la testa e vidi il ragazzo di marmo che mi guardava e sorrideva con aria misteriosa. Si teneva le mani incrociate sul ventre a proteggere pudico le sue nudità. Poco più in là scorsi il piedistallo vuoto. Quel piedistallo sul quale avevo sempre gettato uno sguardo distratto, la cui targhetta diceva “Efebo” e basta. Canova ne aveva fatte tante di statue così, nella sua sempre più accanita ricerca del Bello allo stato puro. Infatti lui era di un’armoniosa perfezione, molto più di un palestrato dei giorni nostri.
“Ehi” , ripeté il ragazzo, “ Non ti spaventare. Qui parliamo tutti, non appena si fa buio. Quando le sale si svuotano, le statue come me, come Paolina Bonaparte, come i marescialli francesi si rimettono in movimento”.
Lì per lì credetti ad un’allucinazione, anche se vedevo che effettivamente il piedistallo era vuoto e che i due custodi si erano girati di spalle e se ne stavano svignando. Mi toccai la faccia e poi mi feci coraggio ed allungai la mano a sfiorare il ginocchio del ragazzo.
“ Non stai sognando. Ti sto davvero parlando. Sei stata scelta. Ora dipende soltanto da te”.
“ Cosa, dipende da me?” chiesi in un soffio, dopo avere fulmineamente deciso di stare al gioco. Dopotutto cosa perdevo? Se era una mia fantasia, non facevo del male che a me stessa e di questo m’importava ormai pochissimo.
“ Se accettare o no la mia proposta. Ma ti dico subito che ne vale la pena. E’ un’esperienza molto interessante. Certo bisogna prima passare una selezione piuttosto dura, ma tu l’hai superata. Dicono tutti che tu ci stai”.
I due visitatori uscirono dal salone, che rimase deserto. I custodi si voltarono ancora una volta verso di me ed io chinai la testa in un cenno di assenso.
“Ti propongo un patto segreto. Uno scambio di ruoli fra di noi. Tu te ne starai una decina di giorni al mio posto, io me ne andrò in giro per Roma a curiosare le novità. È un sacco di tempo che non mi danno il cambio. Ma è così difficile trovare la persona giusta. Con la passione per l’arte e con l’intelligenza sufficiente a capire che si può passare da un mondo all’altro senza problemi. Tu hai superato la prova. Sei piaciuta subito a tutti perché non fai pettegolezzi, mentre qui talvolta vengono copisti che con la loro vanità distolgono i turisti da noi. Ma tu no, invece. Sei riservata e seria e forse hai dei problemi sentimentali. Ma questo non importa. Chi non ne ha?”
“Un patto segreto”, mormorai fra me sorridendo e cominciando ad alzarmi, a coprire la mia tela e a chiudere la cassetta dei colori. Nella mente il rosso, il blu, il giallo si sovrapponevano e davano soltanto il nero, come il buio del tunnel nel quale camminavo da tempo. “ Come puoi pretendere che mi fidi di te. Io sono una donna in carne ed ossa”.
“ Non sempre. Per esempio sappiamo, poiché naturalmente abbiamo preso le nostre informazioni, che in questi mesi sei quasi come una statua. Non sempre c’è poi questa gran differenza fra gli uomini e noi. Ma certo devi fidarti di me. E bada bene che io sono un bravo ragazzo. Se la proposta te la facesse quello del gruppo di Amore e Psiche ti consiglierei di non dargli retta. E’ notoriamente un poco di buono. Ora vai, però. Quei rompiscatole dei custodi si stanno di nuovo avvicinando. Pensa a quello che ti ho detto. Pensaci, ti prego. E se ci stai, domani portami qualcosa per vestirmi. Fa parte del piano. E’ di queste fughe che parliamo noi statue quando le sale diventano buie. Quando noi scendiamo dal piedistallo e ci comportiamo proprio come voi. Ci amiamo e ci odiamo. Ma qui, per tutti, è quasi sempre come una prigione, se non troviamo chi fa un atto di fede e ci sostituisce per un po’. Per prenderci una boccata d’aria pura”.
Quella notte dormii poco. Mi perseguitava il ricordo del giovane efebo, così coraggioso da sfidare i custodi per venire a farmi la sua proposta e, quando alla fine sprofondai in un sonno profondo, feci molti sogni bizzarri ma non mi ricordai di ciò che avevo sognato.
So soltanto che l’indomani mattina mi alzai con l’aria decisa di chi ha stabilito di dare un colpo di rotta alla propria esistenza o di farla finita. Acciuffai uno sgabello della cucina, vi salii sopra e spalancai gli sportelli superiori dell’armadio. Dove tenevo dei pacchi accuratamente sigillati. Erano dei pantaloni di velluto e delle magliette di Lorenzo, che lui aveva dimenticato lì quando mi aveva aiutato a ridipingere le pareti, dopo che mia nonna morendo mi aveva lasciato quella casetta, il cui affitto le aveva per tanti anni procurato i soldi per togliersi qualche sfizio. I vestiti erano macchiati di pittura e li avevo toccati, accarezzati e baciati così a lungo da averli sentiti come reliquie che conservavano l’odore di Lorenzo. Andai subito in un lavasecco e aspettai trafficando col cellulare che finisse il ciclo. Poi li misi in un sacchetto e tornai al museo. Strizzai l’occhio al giovane efebo e lui sorrise dall’alto del suo piedistallo. Aveva capito e si pregustava la fuga.
Per tutto il giorno ci scambiammo delle occhiate significative. Non appena potei, mi avvicinai e chiesi “Cosa sai di me?”
“ Tutto” , sussurrò lui. “ Noi statue abbiamo poteri speciali. So che sei triste perché Lorenzo ti ha lasciato”.
Rabbrividii. Se quello che stava succedendo era vero, anch’io avrei assunto quei poteri speciali per una decina di giorni e me la sarei spassata. D’improvviso sentivo addosso una specie di euforia e capii che qualcosa di straordinario mi stesse capitando. Qualcosa che avrebbe mutato per sempre la mia vita. Il ragazzo di marmo mi schiacciò un occhio e riprese la sua impassibilità.
Quando si fece sera cominciai a sentire addosso una specie di febbre. Cosa sarebbe successo? Come avrebbe fatto l’efebo a sostituirmi e a fare in modo che salissi sul piedistallo? Avevo trovato il modo di avvicinarmi indifferentemente alla statua mentre nessuno ci guardava e gli avevo detto che, se doveva essere un vero scambio, tanto valeva che si stabilisse a casa mia. Che nel sacco dei vestiti avevo messo le chiavi e l’indirizzo. Che tenesse la casa pulita e non combinasse guai. Lui aveva fatto un sorrisetto misterioso, come per dire che non dovevo preoccuparmi.
Erano le dieci, quando la Galleria chiuse. Una volta alla settimana il pubblico usciva più tardi e forse l’efebo aveva scelto quel giorno proprio per potersi allontanare indisturbato “ col favor delle tenebre” come mi disse con parole degne del Canova.
Non fu difficile, né dovetti fare altro che chiudere gli occhi. Mentre l’efebo scomparve col mio sacchetto in mano, mi trovai al suo posto sul piedistallo, sopra una targhetta che diceva “Diana cacciatrice” . Indossavo una corta tunichetta e avevo sulle spalle una faretra con le frecce. L’efebo, con i vestiti di Lorenzo, si stava allontanando e si voltava a squadrarmi come se volesse rassicurarmi. In realtà non avevo nessuna sicurezza che lui tornasse. Ero stata folle ad affidargli la mia casa, il mio futuro, la mia vita?
Era notte, quando me li trovai tutti attorno. Paolina Bonaparte, i marescialli di Napoleone, Amore e Psiche che si pastrugnavano di continuo, anche se lui mi lanciava delle occhiate un po’ lascive che m’innervosivano. Cominciarono a parlare tutti insieme e mi dissero che ero stata gentile a prendere il posto dell’efebo.
“ Non te ne pentirai”, disse Paolina, con uno sguardo pieno di sottintesi. Scesi anch’io dal piedistallo e facemmo baldoria. Ridemmo e scherzammo e mi sentii bene come non mi capitava da tanto tempo. Amore mi fece un filo spietato e Psiche non ne sembrò molto gelosa, ma trovò modo di dirmi “Non ci fare troppo assegnamento, sai. A me ormai non fa più né caldo né freddo, perché lui fa così con tutte. Ma non vorrei che ti facessi delle illusioni per poi soffrirne”.
“No” , dissi” E’ difficile che possa soffrire ancora per amore”. Risi e fra donne ci capimmo benissimo.
Non mi accorsi che passassero dieci lunghi giorni e dieci lunghe notti, salvo per il mal di schiena: stavo in una posizione scomodissima ma il mio momento peggiore fu più che altro causato da un attacco di paura, perché un turista giapponese – sempre loro a fare i guastafeste- mi osservò a lungo, poi si rivolse ai custodi per domandare come mai nel catalogo al mio posto ci fosse scritto “Efebo” invece di “Diana cacciatrice”.
“Sarà successo durante il nostro turno di riposo” , rispose un custode senza scomporsi.
Tuttavia il mio umore era cambiato ed avevo in quei dieci giorni compiuto un tragitto indecifrabile ed ignoto, attraverso oscuri ed enigmatici ed inquietanti sentieri, di cui mi sfuggiva la logica. Era come se le cose avessero cominciato a straripare dai miei sogni. L’efebo, puntualissimo allo scadere della decima notte, era lì. E quasi me ne dispiacque perché era stato bello vivere in una dimensione sconosciuta, osservare il mondo da lassù, dagli occhi di una statua. Quel mare di teste, quel leggero vocìo diffuso ed incolore, quegli sguardi affascinati dalle statue. Tutto sembrava buono e bello.
L’efebo, con i vestiti di Lorenzo era venuto puntuale ma, mi disse “Avrei bisogno ancora di una notte”.
“Perché?” chiesi dall’alto.
“ Devo sistemare ancora un paio di cosette”.
Gli dissi di sì e non seppi che molto tempo dopo perché mai lui avesse chiesto una notte in più. Quando l’indomani rientrò in Galleria mi sembrò di ottimo umore. Si accostò a me e annunciò che avremmo fatto il cambio di notte, quando i custodi si fossero tolti dai piedi. Lui nel frattempo si sarebbe nascosto nello sgabuzzino delle lucidatrici.
Quella notte tornai ad essere una donna. L’efebo mi ringraziò, mi disse che non avrebbe mai dimenticato ciò che avevo fatto per lui, che la vita degli uomini non era poi questo granché, ma era sempre meglio di quella delle statue. Era il Movimento che voleva dire tutto, concluse. L’uomo e la donna sono in perenne movimento. Sono alla conquista di qualcosa, anche se non sempre ci riescono.
“Nel tuo sacchetto ci sono le chiavi e dei bigliettini. Li ha messi in casella un tale che ha ronzato intorno a casa tua a lungo. A proposito, ho fatto qualche cambiamento nel tuo monolocale. Non ti dispiacerà”.
Era vero. La casa aveva nuovi colori e non capivo perché, ma mi saltò subito agli occhi. I bigliettini non erano di Lorenzo, come dapprima avevo immaginato stupidamente, ma dell’uomo del giardino, il padrone della cockerina di cui si era innamorato Max. Mi aveva seguito, una volta, spiegava il riservatissimo lettore di quotidiani. Così, quando non mi aveva visto per due o tre giorni, era venuto a curiosare e mi aveva cercato. Mi manchi, concludeva. Dove sei, chiedeva.
Il lettore di quotidiani si chiamava Marco ed aveva effettivamente la mia età. Di professione faceva il traduttore, quindi poteva ciondolare al parco alle undici del mattino perché amava lavorare di notte.
Molti mesi dopo l’inizio del nostro amore, mi disse di avere capito quanto valessi da come gli aveva parlato di me un ragazzo. Un tipo a cui avevo ceduto l’appartamento quando ero partita. Non negai, né affermai, perché non potevo spiegare a Marco quello che era successo né lo potevo spiegare a me stessa. Non seppi mai se fosse sogno o realtà, perché il mio tempo si è dilatato sino a sparire nel buco nero della mia eccessiva fantasia.
Ma io ero cambiata. Ero un’altra. Ritornai alla Galleria Borghese con Marco e quando fui vicino alla statua dell’efebo gli strizzai un occhio. Lui sorrise e pareva felice. Molto felice. Il suo viaggio nel mondo degli uomini non era stato inutile.
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