Un titolo come questo potrebbe essere adatto per quasi tutti i romanzi,perché ciascuno scrittore,per sua stretta natura,impasta agevolmente i propri pensieri con gli avvenimenti esternie inevitabilmente i contesti sono fatti di amici, vari o falsi.
L’autore un giovane libico, Isham Matar, già onusto di gloria con un Pulitzer come corona d’alloro, ci narra la vicenda movimentatae cruenta di Kalhed e nel raccontarla sembra rivivere con lo stesso bruciante dolore, le emozioni e le paure che lo hanno indotto a lasciare Bengasi, prima per Edimburgo poi per Londra: dove poco alla volta, più che per i suoi due amici, prende corpo una passione per la letteratura che lo terrà lontano dalle carneficine libiche e che riuscirà a sgombrare la mente dall’ossessione di dovere fare
fuori Gheddafi per potere sopravvivere, ma proprio per questo la sua apertura mentale, la sua sensibilità finissima gli permettono di amare e concentrarsi su libri e poesie per sbarazzarsi dall’atmosfera tossica della politica nella quale è cresciuto.
Ho letto le tante recensioni e sinossi e commenti e interviste all’autore e ancora un volta di più mi sono convinta di come la bellezza di questo libro non mi commuovesse per i commenti che ne venivano scritti quanto per le emozioni che mi toccavano nel profondo, per ricordi familiari, per intuizioni che mi sono venute in mente in stretta correlazione col mio lavoro e sulla mie idee.
La storia si sviluppa intorno ai destini dei tre protagonisti, Khaled, Mustafa e Hosam, e il punto da cui si dipana la trama è la sparatoria avvenuta presso l’ambasciata libica a Londra nel 1984, che provocò la morte di una poliziotta e il ferimento di altre 11 persone: è proprio Kalhed a pagarne il prezzo più alto con mesi di ospedale, sopraffatto dal terrore che il suo celebre ed amatissimo padre, uomo di cultura silenziosamente ostile al regime possa pagarne le conseguenze. La Primavera Araba farà tante vittime e al contrario di Kalhed gli altri due amici ne saranno protagonisti in prima persona.
L’amicizia, la libertà, il cambiamento e la perdita sono i fili conduttori di un romanzo che, con un lirismo intenso, esplora il senso di appartenenza e le cicatrici lasciate dall’esilio. L’asilo politico offerto dal governo inglese è un’ancora di salvezza, ma non cancella l’ombra del dubbio che aleggia su Khaled. Le immagini della protesta, i volti immortalati dagli obiettivi delle telecamere, lo perseguitano. Le loro esperienze, raccontate attraverso un andirivieni di flashback e flashforward, si intrecciano in un affresco concitato e fremente.
Ma ora anche qualche riflessione sui dettagli: ho notato che negli scrittori contemporanei c’è una grande attenzione alle piante, alla luce, agli animali. Inoltre ho trovato una geniale intuizione sulla questione delle traduzioni per le quali ho sempre avuto grande attenzione: premesso che il libro è tradotto dalla bravissima Anna Nadotti, qui per la prima volta l’autore attribuisce un’interessante reciprocità, che uscendo dal solito banale clichè “ belle e infedeli, fedeli ma brutte”, propone un’insolita teoria per la quale c’è un “prendere e un dare”, perché nel tradurre “diamo” parte del nostro essere e della nostra cultura.
Il romanzo è pieno di colpi di scena, così come non mancano parti stagnanti del genere “lunghe passeggiate”, ma sicuramente la prosa è di gran levatura. Un autore sostenuto da valori fondanti, che lascia trasparire quasi ad ogni riga. Un ottimo libro.
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