Cara Isabel Allende, sono una tua fedele lettrice. Fin da quando hai scritto “La casa degli spiriti”, pur non essendo una che va pazza per la letteratura sudamericana un po’ troppo onirica per i miei gusti, mi sono innamorata della tua prosa e del tuo umorismo e ti ho seguito fedelmente, con la sola eccezione di “Paula”, perché ero sicura di non volere leggere la straziante storia della morte di tua figlia. Però la maggior parte dei tuoi trenta libri li ho letti e mi sono piaciuti: solo un paio di anni fa con “Il gioco di Rippler” ho provato una certa delusione. Non sembrava materia tua e infatti era dislocato dalle abituali coordinate a San Francisco. Così aspettavo con ansia di rifarmi la bocca con il successivo libro, che dai trailer e dalla promotion editoriale si preannunciava alla grande.
Ho appena finito di leggerlo: la storia ormai è nota, si parte dalla carneficina della guerra civile spagnola, ci si trasferisce in Cile ( così lungo e stretto da somigliare a un lungo petalo di mare, come ha scritto il Poeta) a opera di Pablo Neruda, che trova i soldi per affittare una nave che conduca i duemila esuli repubblicani sconfitti da Francisco Franco in Cile.
Fra loro la famiglia di Victor (infermiere che poi diventerà un celebre cardiologo) e Roser che a sua volta diventerà una celebre pianista e direttore d’orchestra, le cui sorti s’intrecciano con la famiglia Del Solar, fra le più influenti del Paese. Ma la politica incombe. Con ombre scurissime e minacciose, che vanno dalla presidenza di tuo zio Salvatore all’efferato golpe militare, in un continuo alternarsi di vicende pubbliche e private. Così, dopo molte vicissitudini si arriva alla fine. Abbastanza inaspettata, anche se qualche piccolo sospetto lo avevo. Beh. Che dire? Che fare? per dirla con Lenin.
Sono piuttosto delusa. So che sei nata come giornalista e sicuramente non avrai mai avuto problemi a raccogliere testimonianze e abbondantissime cronache giornalistiche dell’epoca della guerra civile, che erano ovviamente tutte dalla parte dei repubblicani, cui tanti europei ed americani avevano prestato soccorso, e non certo dalla parte del deprecato Caudillo – sostenuto dai nazisti – che poi per trent’anni ha istaurato un’indimenticabile regime di ferro, con il conclamato ausilio della Chiesa e della Monarchia.
Di certo queste prime cento pagine sono descritte sobriamente e dettagliatamente, ma non rappresentavano una novità e forse avevamo già letto resoconti molto più appassionati e avvincenti, a cominciare da quello di Hemingway. Della storia del vascello Winnipeg invece non sapevo nulla e dunque ti ringrazio di avermene ben informato, il viaggio è descritto celermente, senza particolari dettagli né pathos.
Con ciò che comincia in Cile si cambia radicalmente registro e si passa allo stile che ti è abituale, intrigante e movimentato spiritoso, mordace, sebbene i dialoghi siano piuttosto deboli e frettolosi e i caratteri tracciati con una svirgolata di superficialità. Tu comprimi sessant’anni di vita di due individui in 366 pagine, a volte dilungandoti su alcuni dettagli, a volte scorrendo via ad altre vicende con molta disinvoltura.
Quando poi esplode la lunga descrizione della conquista del potere da parte di tuo zio e del successivo golpe, mi consenti di apprendere molti particolari poco noti, che forse erano sepolti negli archivi che saranno stati resi pubblici di recente. Ma di sicuro, come dichiari nella postfazione, hai avuto testimonianze dirette di molti amici e parenti. Nel frattempo nelle due famiglie ci si ama, ci si riproduce, ci si tradisce, ci si adopera per sopravvivere alla barbarie dei tempi. Oserei dire che con tutte le sconvolgenti storie che quotidianamente sentiamo sui nostri migranti, ai tuoi esuli è andata di lusso, no? Persino un infarto al comandante del campo di concentramento… So che tu sei tanto impegnata sul tema dell’esilio e dello sradicamento, e hai fatto persino una Fondazione che se ne occupa, ma per fortuna a Victor e a Roser sono stati risparmiate molti triboli.
Alla palpitante poesia del Nobel Neruda (che apre ogni capitolo) contrappongo l’amarognola poesia del Nobel Montale che, nella celeberrima “ Non chiederci la parola”, conclude l’ultima strofa con “ Non domandarci la formula che mondi possa aprirti. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” .
Ecco, questi versi mi sono martellati in testa per quasi tutto il tuo libro, perché il pensiero fisso era “ Che libro è questo? Non è un saggio politico, non è un resoconto giornalistico, non è un romanzo”. Tutto in negativo. È un libro senza identità. Di cui non vorrei neanche accennare all’agnizione finale, tipica di ogni telenovela sudamericana, pagata dalle multinazionali del sapone.
Certo ci sono tante belle pagine scritte bene, ci sono momenti di commozione, c’è l’aspetto politico di cui parzialmente non sapevamo, ma questo libro, cara Isabel, tradisce le aspettative, nonostante le indubbie fatiche che ti sarà costato, anche se però affermi che ti è uscito di penna con grande facilità. Per la seconda volta sono delusa.
Ti prego, torna a darci ancora una Casa degli spiriti o una Città delle bestie o fai ancora parlare Eva luna D’amore e d’ombra o dell’Isola sotto il mare, o fai in modo che Ines dell’anima mia ci racconti ancora il Quaderno dei maya. O che l’Amante giapponese vada Oltre l’inverno. Adesso ce la puoi fare: hai avuto la fortuna di trovare un nuovo amore a settantacinque anni, perciò, forza, sarai piena di adrenalina. Sempre tua.
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