Poche cose ho sempre trovato detestabili quanto la letteratura giapponese. Per punirmi di questa sfrontata presunzione, per un anno intero mi sono dedicata allo studio della stessa e ho concluso che non sapevo perché, ma la trovavo assolutamente detestabile. Che andassi dalle ossessioni individualistiche di Yukio Mishima, alle ciniche e smarrite ragazze di Banana Yoshimoto, alle inquietanti e visionarie lentezze di Murakami Haruki, non ne uscivo, l’antipatia era sempre insuperabile. E la sorte mi ha ulteriormente sbeffeggiato facendo trasferire mio nipote da Parigi ad Angoulème, per entrare nell’Accademia dei Manga e praticamente intrecciarsi col Giappone per quattro anni. Una vera persecuzione.
Ora, mi rivolgo in particolare fra le mie amate lettrici a quelle che conoscono la spiritosa frase di Einstein sulle Menti che sono come i paracaduti. Funzionano soltanto se sono Aperte. E chi ha orecchi per intendere intenda.
Dunque ci troviamo di fronte a ” La ragazza del Kyushu” , un giallo di Matsumoto Seiko, che sembra sia il maggiore giallista giapponese per avere scritto 300 romanzi e così, ( soltanto per assonanza numerica, a mio avviso) è stato definito “ Il Simenon nipponico”. A me pare che tra l’umanità dello scrittore francese e l’asettico Seiko corrano anni luce. Ma non esageriamo.
La storia narra di una ragazza ventenne che da uno sperduto paese di una sperduta regione si reca a Tokyo per chiedere al più celebre avvocato del Giappone, – un tantino pretenziosa, no? – di patrocinare suo fratello, accusato ingiustamente per l’assassinio di una strozzina. L’avvocato ha altro per la testa e liquida frettolosamente la ragazza perché la sua amante lo aspetta sui campi di golf, ma la ragazza non molla e lo accusa “apertis verbis” di tradire lo jure e di non perseguire di fatto i sacri canoni della giustizia ma solo l’avidità delle proprie scandalose parcelle, che per lei sono impossibili. Ritenta altre due volte ma viene sempre scaricata dall’avvocato: preferisco usare i ruoli dei protagonisti piuttosto che i loro nomi così difficili da memorizzare, e, mentre per un’ultima volta gli telefona viene ascoltata da un giornalista che si appassiona al dilemma e tenta invano di ottenere da lei maggiori notizie. Questo, grosso modo, l’antefatto.
Nelle mie infaticabili ricerche sul perché provassi questa idiosincrasia, io, probabilmente centrata su principi e valori filosofici occidentali e da sempre piuttosto incline a stare alla larga da quelli orientali, sarei stata una pessima sessantottina, che non sarebbe mai andata a purificarsi nelle altamente batteriche acque del Gange. Provo ancora a capire: che sia per via dell’Asse? O perché giudico patetico il ferroviere che si uccide per un minuto di ritardo del suo treno o perché trovo assai narcisista Mishima che si fa karakiri obbligando il segretario a fare altrettanto?
Queste sono le mie perplessità di partenza, ma va detto anche che ciò che più mi disturba è la separazione netta fra il modo algido di descrivere le persone nella prima parte del libro e la trasformazione in appassionate sino al delirio delle stesse persone nella seconda parte. Così è per personaggi che passano di continuo fra queste due posizioni manichee e spietatamente antitetiche e mi rendono il libro indigesto.
Intanto succede che il fratello muore in carcere, il giornalista si fa paladino della ragazza –il cui nome Kiriko è l’unico che mi sia rimasto fissato in testa pensando al Kirikù dei miei nipoti- affronta l’avvocato, che nel frattempo con un bel malloppo di sensi di colpa si è letto tutti gli atti del processo e ha scoperto quello che è lo stratagemma più trito e ritrito dei libri gialli dal tempo in cui ho iniziato a gattonare e cioè “il mancinismo dell’assassino”.
Ne consegue che il libro prende un’accelerazione, la ragazza torna dal paesello a Tokyo, entra in un club di caste escort, ritrova il giornalista, mentre il fratello della padrona del club si scopre innamorato pazzo dell’amante dell’avvocato. Penso che l’avrete già capito cosa succede dopo perché la trama è quasi elementare, salvo il finale, che rientra nei canoni dell’animo nipponico e che è spietato.
Non mi è mai capitato di parlare tanto male di un libro, ma questa è l’eccezione che conferma la regola. Lo stile è freddo e insipido sino alla banalità, la storia per metà abbastanza fredda e lenta, e nella seconda metà, al momento del riscatto, si arrampica un po’ sugli specchi, con una ricerca morbosa della perversione. Insomma, salvo la bellissima copertina dell’Adelphi e le elevate parole che gli editor della pregiata ditta scrivono a proposito del libro, penso che questa volta sarei sopravvissuta benissimo senza leggerlo e aggiungo che un libro scritto 59 anni fa – molto datato quindi- forse non meritava così tanto di essere riportato alla luce per noi, scafatissimi lettori dei gialli di tutto il mondo. Pensate agli inglesi, agli svedesi e persino agli americani e poi ditemi se il confronto regge.
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