…. Effettivamente, nonostante si fosse solo nella seconda settimana di settembre, era nevicato in Alta Valtellina, facendo precipitare la temperatura nella Valle Padana di una decina di gradi. Tuttavia sarebbe stato moralmente ingiusto attribuire a questo evento l’improvviso gelo che, come qualcosa di simile a un igloo, avvolgeva la nostra famiglia, che di nome non abbiamo detto ancora faceva Borsani. Dunque la famiglia Borsani era nelle curve. Curve piuttosto paraboliche.
Tutto si svolgeva in atmosfera da guerra fredda, – chi spiava chi- tutti sparlavano alle spalle di tutti e si era abbassato parecchio il tono della voce nelle conversazioni, come se ci fosse il morto il casa. Morto che in effetti c’era, ed era l’amore di Elena per Luca.
Perché una cosa era chiara a tutti quelli che nei corridoi o nei bagni facevano un gossip sfrenato alle spalle della mamma ed era che la mamma non sarebbe tornata sui suoi passi.
Quanto al papà, era piombato in una sorta di buco nero, non sorrideva più, salutava senza guardare in faccia, aveva tutte le pieghe del viso rivolte all’in giù come un emoticon triste, faceva finta di cercarsi un appartamentino nei pressi del Politecnico soltanto attraverso il passaparola, il che aveva allargato la piattaforma del pettegolezzo, dilatandolo come un blob fra i professori, categoria in leggero allarme che la “ faccenda Borsani” potesse far scoppiare un vespaio. Nessuno di loro aveva la coscienza adamantina e gli intrecci amorosi fra studenti e docenti erano meno rari di quanto si pensasse.
Fu soltanto Giulia che, dopo una notte di veglia accanto a una vecchina rantolante che non voleva assolutamente abbandonare casa sua, decise con Pietro di affidare la ricerca dell’appartamento di papà a una “vera” agenzia immobiliare dell’amico di un amico, di cui aveva una referenza rassicurante.
E comunque Giulia, per quanto smaccatamente dalla parte del papà, che considerava l’elemento debole della coppia, aveva anche l’esame di “Analisi 1” da preparare ed era tesa come una corda di violino, litigava in continuazione con Pietro che chiedeva da mesi, fino allo sfinimento, la maledetta prova d’amore, aveva le mestruazioni sballate e i trigliceridi alti. Per questo stava cominciando a ipotizzare una fuga dalle pareti domestiche.
Intanto Elena cominciò a pensare seriamente alla casa sul lago. Chiedo scusa per il riferimento di profilo troppo alto, ma era proprio su “quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti”. Nessuno però si era montato la testa nel corso delle generazioni precedenti, perché la casa, che apparteneva alla famiglia di Elena da tre secoli, era stata soprannominata da una trisnonna un poco snob “la Topaia” per via della delusione provata quando il trisnonno aveva vagamente accennato al fatto di avere una casina sul lago. Però si doveva pronunciare Topaia sempre con la maiuscola.
In realtà era nata come un bugigattolo assai carino di tre stanze in cui, schiacciandocisi molto, con sacchi a pelo e brandine pieghevoli, ci si era sempre stati in molti, a godere la vista di quei tramonti deliziosi che placavano ogni tempesta dell’anima. Col passare delle generazioni aveva subìto delle migliorie, ci si erano fatti amici intimi fra gli assessori ai lavori pubblici e, una stanzetta di qui, una stanzetta di là, avevano ottenuto condoni su condoni e la casa ora somigliava piuttosto a quelle di Lego che Elena aveva inventato per Tommaso piccolissimo, con sporgenze e rientranze, tutte divertenti e per fortuna ben occultate alla vista dei paesani invidiosi: una fitta coltre di alberi la proteggeva dal malanimo altrui, che rivendicavano case tipo Lego da condonare anche per loro.
In questa Topaia si rintanava chi aveva esami da preparare, incontri d’amore ancora clandestini, piccole riunione familiari, festini adolescenziali con qualche canna di troppo. Insomma il rifugio ideale per giovani e anziani.
Per le tre nonne era il luogo prediletto. Fu così che loro, per studiare un’accorta strategia familiare di rimbalzo, furono le prime ad andare nella Topaia. E se le nonne erano nella Topaia, qualcosa bolliva in pentola.
Poiché nessuno diceva mai a nessuno che stava andando nella Topaia, capitava spesso che molti avessero la stessa idea contemporaneamente e ci fosse sovraffollamento, ma dato che la stanza più grande era la cucina, ci si poteva rapidamente allestire cibo per almeno una dozzina di persone.
Quella cucina era stata proprio un’idea fissa di Elena, che aveva voluto riprodurvi papale papale la “Cucina di Fratta” croce e delizia di milioni di liceali che avevano poi odiato Nievo per tutta la loro esistenza. Così la cucina era debitamente scura, tanto che se ne distinguevano appena le piastrelle bianche e blu, sulle quali “spiccavano come occhioni diabolici – tanto per usare le parole del Nostro – casseruole e leccarde e pignatte appese ai chiodi: vi erano due enormi credenze e “l’antro acherontico” di un grande camino con due alari giganteschi borchiati di ottone. Era stata una debolezza, lo ammetteva Elena, però ognuno ha le sue.
Fu così che altre due persone ebbero contemporaneamente alle nonne l’idea di andare alla Topaia.
Elena, e chi da tempo la seguiva aspettando il momento opportuno per abbordarla – e che non era Francesco, come qualche animo candido potrebbe immaginare, per rivendicare i propri diritti pregressi – bensì Cecilia, che era la sua ombra da giorni e che pur di avere la lode si sarebbe piegata a ogni ricatto.
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