… In famiglia ancora non se ne sapeva nulla, anche se da tempo giravano voci di tempesta imminente, grandine compresa. Ma in realtà la verità non la sapeva nessuno. Del fatto che la mamma fosse assolutamente priva di gelosia spesso si scherzava come di una sua grande dote. Anche il signor professore ci faceva su dello spirito quando ci si riuniva per ricorrenze familiari o soprattutto per degli incantevoli barbecue, dato che a casa dei nonni c’era un bellissimo giardino.
Qualcuno, non ci si ricordava chi fosse stato, l’aveva definito “gotico” in quanto la vite vi strapiombava sopra da tutti i muri, che Elena aveva preso a martellate per toglierne una insana presenza di calce che ne occultava i mattoni a vista. C’era un incantevole acero che arrossiva come una fanciulla vergine, quando si faceva inverno. Un gigantesco alloro, un perimetrale pitosforo e una spalliera di rincospermo che inondava di profumo l’intero soggiorno in primavera: e poi una piccola serra in cui non si mettevano piante a svernare in letargo apparente, ma ci si riuniva a chiacchierare sino a tarda sera, come fosse una casa nella casa, così intima e accogliente da sembrare un bozzolo.
C’erano tanti cuscini rossi e sedie, tavolini, poltroncine, sotto un grande glicine che contribuiva al profumo estivo. Insomma quel magico patrimonio di famiglia agiva su tutti come una calamita. Finché c’era il giardino c’era la famiglia.
Talvolta Elena giocava a scacchi con Tommaso su un tavolino della serra, che chiudeva come un rifugio antiatomico e lì avevano sempre avuto le loro conversazioni più intime. E dunque fu lì, mentre per l’ennesima volta Elena lo rimproverava per non avere gestito bene i suoi alfieri, fu lì dunque che disse la prima paroletta.
“ Farò in modo che tutto continui come prima. Farò in modo che tu, cucciolo mio, non debba soffrirne”.
Erano appena tornati da Zero Gravity e Tommaso aveva ancora i capelli umidi della doccia. Da anni andava con Elena in questo centro sportivo di Città Studi con tappeti elastici sui quali si potevano fare capriole di ogni tipo: tappeti blu con riquadri neri, probabilmente a testimonianza della fede calcistica del padrone. Quando passavano insieme quei giorni, perché Elena poteva permettersi due volte al mese di telelavoro, era per entrambi una gioia così profonda che non era necessario neppure sottolinearla.
Tommaso stava con la torre sospesa in aria prima di aspettare il solito commento della nonna, perché sapeva che a scacchi, – come peraltro in ogni altro gioco- “pièce touchè, pièce jouè”. Infine le mangiò un cavallo aspettandosi una reazione catastrofica. Cercò di distrarla.
“ Soffrire di cosa, nonna?”
“ Ho dovuto per forza decidermi a dire al nonno che dovrà trovarsi un’altra casa…”
“ Avevi detto che non…”
“ Hai ragione. E’ stata una decisione lunga e sofferta. Ma non andiamo più d’accordo”.
“ Non mi sembra”.
“ E’ un’altra specie di accordo quella che due sposi hanno nel profondo, col quale basta un’occhiata per capirsi…”
“ Vuoi dire che allora questa volta l’ha fatta grossa?”
“ Sì, qualcosa del genere. Ma apparentemente tutto resterà come prima. Ci sarà il barbecue, ci saranno le feste di compleanno, ci saranno…”
“ Nonna” , disse Tommaso e si accorse che la regina della nonna in quel momento di turbamento era scoperta. La mangiò in un sol boccone ed Elena sgranò gli occhi. Perdere la regina era perdere la partita.
“ Lo sai, sì, che stai dicendo delle bugie?”
Prima che Elena potesse rispondere, la porta della serra venne violentemente spalancata e Giulia entrò come una freccia.
Era rossa in volto, come quando scendeva dal suo vespino dopo avere lasciato papà. Forse papà era andato a frignare sulla sua spalla.
“ Ciao amore” , disse sua madre.
“ Che amore e amore! Cosa cazzo hai combinato???”
“ Ziaaaaaaaaaaaaa!!” esclamò Tommaso. “ Ci sono i bambini!”
“ Zitto, tu. Lo sai cosa ha fatto la nonna??!”
“ Sì, certo che lo so. Io sono sempre il primo a sapere cosa fa la nonna! ”
“ Zitto, tu!! Mamma!”
Elena sospirò. Abbatté il re in segno di resa, invitando sua figlia a sedersi di fronte a lei e si appoggiò allo schienale della sedia. Poi cominciò a parlare.
“ Perché continui a guardarti intorno ogni due minuti? “ sibilò Cecilia, con aria molto molto seccata.
“ E tu, fra un milione di pub che ci sono in Milano, perché dovevi scegliere proprio questo, dove mi conoscono tutti? ” esalò Luca.
“ Perché non ho tempo, capisci? Lo capisci, si? E allora se lo capisci, dimmi in fretta cosa vuoi!”
“ Devo chiederti un grande, GRANDISSIMO favore”.
“ Te lo sogni”.
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