… Si accontentarono di una piscina e del metrò per arrivarci, ma dopo il bagno, mentre Elena lo asciugava bene bene, stringeva il corpicino adorato al suo, gli faceva ai grattini sulla pancia, non poté non accorgersi che Tommaso era strano.
“Amore?”
Silenzio.
“ Amore, cosa c’è? Sei triste?”
“ Non triste. Preoccupato…”
“ Di cosa?”
“ Mamma e papà litigano sempre. Su tutto. Soltanto su una cosa sono d’accordo: che tu sei un’incosciente”.
Tommaso parlava con grande proprietà di linguaggio, grazie ai nonni che fin da piccolo si erano rivolti a lui come a un adulto, evitando di fare quelle melense moine, quelle stucchevoli smorfie dei suoi genitori, quei versetti stupidi che talvolta i grandi fanno ai bambini, con loro grande stupore.
“ E perché sarei incosciente?”
“Dicono che vuoi lasciare il signor professore”.
Anche Tommaso chiamava così il nonno, sempre con un velo d’ironia, suscitando in lui un sorrisetto di godimento.
“ Ma non è vero!”
“ Mamma dice che tu vuoi distruggere la famiglia”.
Elena strinse Tommaso al cuore. Senti che il suo batteva così forte che lo si vedeva attraverso la pelle.
“ E’ vero?” sussurrò il bambino stringendosi ancora più forte a lei, alzando su di lei quei meravigliosi occhi verdi che mandavano Elena in visibilio.
“ Per il momento, no”.
“ COME? Come per il momento?! ”
“ Non posso spiegare a te, che sei troppo piccolo per capire la mente di una donna. Le cose della vita”.
“ Non così piccolo. È un pezzo che non gli prendi più la mano e neppure lo abbracci come una volta”.
Spugne. Sono spugne. I bambini assorbono così tante cose della realtà che gli adulti non riescono neppure a immaginare con i loro limitati strumenti intuitivi. Era vero.
Era da tempo che Elena evitava di toccare Luca. Evitava di esserne toccata. Non poteva certo dire a Tommaso che evitava anche di fare l’amore con lui. Ma la soffiata era stata più che affidabile. Inequivocabile. La fonte era sicura. C’era una studentessa con la quale Luca si vedeva. Molto bella. Molto giovane. Giovane quanto lo era Elena quando lo aveva conosciuto. E Luca era strano. Molto strano.
Giulia cliccò su “Obiettivi Informativi” di Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. Un ampio spettro di competenze, orientate all’analisi a tutto campo del contesto in cui è insediata la società. Ok, pensò. Fin qui ci siamo. Ma è soltanto la punta dell’iceberg. Sbirciò l’ora. Adesso vado a prendere papà. Mi sembra di pessimo umore.
“Gira voce”, disse, mentre lui le si incollava alla schiena sul Vespino, “ Gira voce” , disse, “ Che domani ci saranno 42 gradi”.
“Mmmh”, fece Luca, da sempre disinteressato ai mutamenti climatici. Poi aggiunse “ Ah, ma forse tu intendevi in casa nostra?”.
Quanto le piaceva uscire dallo stesso grande portone di piazza Leonardo da Vinci, a bordo del suo scooter e sentire il padre inforcare il sellino posteriore. Quel leggero retrogusto di Old Spice che lo seguiva come una scia.
A lei, al contrario della mamma, non dava affatto fastidio essere la figlia del signor professore. Anzi, moriva d’orgoglio. Suo padre aveva fatto una splendida carriera, era una delle persone più conosciute e stimate nell’ambiente e, semmai, aveva soltanto paura di non essere alla sua altezza. Di cannare qualche esame e di vedere scorrere negli occhi dei prof che l’interrogavano il pensiero “Però. Questa qui non ha ereditato niente del padre”. Per cui studiava come una pazza, per non farlo sfigurare. Suo padre per lei era un dio. Dette gas e fece lo slalom fra le aiuole per uscire dalla piazza. Certo, lui aveva capito subito.
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